Archivio per ‘Personaggi’

24 marzo 2012

chi salva una vita, salva il mondo intero

Il finale drammatico di uno dei più importanti film di Spielberg, che narra come un imprenditore tedesco di nome Oskar Schindler, il cui nome tuttavia non è assai famoso, abbia salvato centinaia di uomini e donne di “razza ebraica” da morte certa nei campi di sterminio nazisti e come grazie ad egli nuove generazioni di uomini sono nate, perchè, com’è inciso sull’anello che gli operai donano a Schindler in segno di riconoscenza, “chi salva una vita, salva il mondo intero”.

21 dicembre 2011

Piero Calamandrei sulla Costituzione Italiana

Milano, 26 gennaio 1955

  L’art.34 dice: “i capaci ed i meritevoli, anche se privi di mezzi, hanno diritto di raggiungere i gradi più alti degli studi.” E se non hanno mezzi! Allora nella nostra Costituzione c’è un articolo, che è il più importante di tutta la Costituzione, il più impegnativo; non impegnativo per noi che siamo al desinare, ma soprattutto per voi giovani che avete l’avvenire davanti a voi. Dice così: “E’ compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli, di ordine economico e sociale, che, limitando di fatto la libertà e l’uguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l’effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all’organizzazione politica, economica e sociale del Paese”. E’ compito di rimuovere gli ostacoli che impediscono il pieno sviluppo della persona umana. Quindi dare lavoro a tutti, dare una giusta retribuzione a tutti, dare la scuola a tutti, dare a tutti gli uomini dignità di uomo. Soltanto quando questo sarà raggiunto, si potrà veramente dire che la formula contenuta nell’articolo primo “L’Italia è una Repubblica democratica fondata sul lavoro” corrisponderà alla realtà. Perché fino a che non c’è questa possibilità per ogni uomo di lavorare e di studiare e di trarre con sicurezza con il proprio lavoro i mezzi per vivere da uomo, non solo la nostra Repubblica non si potrà chiamare fondata sul lavoro, ma non si potrà chiamare neanche democratica. Una democrazia in cui non ci sia questa uguaglianza di fatto, in cui ci sia soltanto una uguaglianza di diritto è una democrazia puramente formale, non è una democrazia in cui tutti i cittadini veramente siano messi in grado di concorrere alla vita della Società, di portare il loro miglior contributo, in cui tutte le forze spirituali di tutti i cittadini siano messe a contribuire a questo cammino, a questo progresso continuo di tutta la Società. E allora voi capite da questo che la nostra Costituzione è in parte una realtà, ma soltanto in parte è una realtà. In parte è ancora un programma, un ideale, una speranza, un impegno, un lavoro da compiere. Quanto lavoro avete da compiere! Quanto lavoro vi sta dinnanzi! E’ stato detto giustamente che le Costituzioni sono delle polemiche, che negli articoli delle Costituzioni, c’è sempre, anche se dissimulata dalla formulazione fredda delle disposizioni, una polemica. Questa polemica di solito è una polemica contro il passato, contro il passato recente, contro il regime caduto da cui è venuto fuori il nuovo regime. Se voi leggete la parte della Costituzione che si riferisce ai rapporti civili e politici, ai diritti di libertà voi sentirete continuamente la polemica contro quella che era la situazione prima della Repubblica, quando tutte queste libertà, che oggi sono elencate, riaffermate solennemente, erano sistematicamente disconosciute: quindi polemica nella parte dei diritti dell’uomo e del cittadino, contro il passato. Ma c’è una parte della nostra Costituzione che è una polemica contro il presente, contro la Società presente. Perché quando l’articolo 3 vi dice “E’ compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli, di ordine economico e sociale che impediscono il pieno sviluppo della persona umana” riconosce, con questo, che questi ostacoli oggi ci sono, di fatto e che bisogna rimuoverli. Dà un giudizio, la Costituzione, un giudizio polemico, un giudizio negativo, contro l’ordinamento sociale attuale, che bisogna modificare, attraverso questo strumento di legalità, di trasformazione graduale, che la Costituzione ha messo a disposizione dei cittadini italiani. Ma non è una Costituzione immobile, che abbia fissato, un punto fermo. E’ una Costituzione che apre le vie verso l’avvenire, non voglio dire rivoluzionaria, perché rivoluzione nel linguaggio comune s’intende qualche cosa che sovverte violentemente; ma è una Costituzione rinnovatrice, progressiva, che mira alla trasformazione di questa Società, in cui può accadere che, anche quando ci sono le libertà giuridiche e politiche, siano rese inutili, dalle disuguaglianze economiche e dalla impossibilità, per molti cittadini, di essere persone e di accorgersi che dentro di loro c’è una fiamma spirituale che, se fosse sviluppata in un regime di perequazione economica, potrebbe anch’essa contribuire al progresso della Società. Quindi polemica contro il presente, in cui viviamo e impegno di fare quanto è in noi per trasformare questa situazione presente.

Però vedete, la Costituzione non è una macchina che una volta messa in moto va avanti da sé. La Costituzione è un pezzo di carta, la lascio cadere e non si muove. Perché si muova bisogna ogni giorno rimetterci dentro il combustibile. Bisogna metterci dentro l’impegno, lo spirito, la volontà di mantenere queste promesse, la propria responsabilità; per questo una delle offese che si fanno alla Costituzione è l’indifferenza alla politica, indifferentismo, che è, non qui per fortuna, in questo uditorio, ma spesso in larghi strati, in larghe categorie di giovani, un po’ una malattia dei giovani. La politica è una brutta cosa. Che me ne importa della politica. E io quando sento fare questo discorso, mi viene sempre in mente quella vecchia storiellina, che qualcheduno di voi conoscerà di quei due emigranti, due contadini che traversavano l’oceano, su un piroscafo traballante. Uno di questi contadini dormiva nella stiva e l’altro stava sul ponte e si accorgeva che c’era una gran burrasca, con delle onde altissime e il piroscafo oscillava. E allora uno di questi contadini, impaurito, domanda a un marinaio “ ma siamo in pericolo?” e questo dice “secondo me, se continua questo mare, tra mezz’ora il bastimento affonda.” Allora lui corre nella stiva a svegliare il compagno, dice: “Beppe, Beppe, Beppe”,….“che c’è!” … “Se continua questo mare, tra mezz’ora, il bastimento affonda” e quello dice ”che me ne importa, non è mica mio!” Questo è l’ indifferentismo alla politica.

E’ così bello e così comodo. La libertà c’è, si vive in regime di libertà, ci sono altre cose da fare che interessarsi di politica. E lo so anch’io. Il mondo è così bello. E vero! Ci sono tante belle cose da vedere, da godere oltre che ad occuparsi di politica. E la politica non è una piacevole cosa. Però, la libertà è come l’aria. Ci si accorge di quanto vale quando comincia a mancare, quando si sente quel senso di asfissia che gli uomini della mia generazione hanno sentito per vent’anni, e che io auguro a voi, giovani, di non sentire mai. E vi auguro, di non trovarvi mai a sentire questo senso di angoscia, in quanto vi auguro di riuscire a creare voi le condizioni perché questo senso di angoscia non lo dobbiate provare mai, ricordandovi ogni giorno, che sulla libertà bisogna vigilare,vigilare, dando il proprio contributo alla vita politica.

La Costituzione, vedete, è l’affermazione scritta in questi articoli, che dal punto di vista letterario non sono belli, ma l’affermazione solenne della solidarietà sociale, della solidarietà umana, della sorte comune, che se va affondo, va affondo per tutti questo bastimento. E’ la Carta della propria libertà. La Carta per ciascuno di noi della propria dignità d’uomo. Io mi ricordo le prime elezioni, dopo la caduta del fascismo, il 6 giugno del 1946; questo popolo che da venticinque anni non aveva goduto delle libertà civili e politiche, la prima volta che andò a votare, dopo un periodo di orrori, di caos: la guerra civile, le lotte, le guerre, gli incendi, andò a votare. Io ricordo, io ero a Firenze, lo stesso è capitato qui. Queste file di gente disciplinata davanti alle sezioni. Disciplinata e lieta. Perché avevano la sensazione di aver ritrovato la propria dignità, questo dare il voto, questo portare la propria opinione per contribuire a creare, questa opinione della comunità, questo essere padroni di noi, del proprio paese, della nostra patria, della nostra terra; disporre noi delle nostre sorti, delle sorti del nostro paese. Quindi voi giovani alla Costituzione dovete dare il vostro spirito, la vostra gioventù, farla vivere, sentirla come cosa vostra, metterci dentro il senso civico, la coscienza civica, rendersi conto, questo è uno delle gioie della vita, rendersi conto che ognuno di noi, nel mondo, non è solo! Che siamo in più, che siamo parte di un tutto, tutto nei limiti dell’Italia e nel mondo.

Ora vedete, io ho poco altro da dirvi.

In questa Costituzione di cui sentirete fare il commento nelle prossime conferenze, c’è dentro tutta la nostra storia, tutto il nostro passato, tutti i nostri dolori, le nostre sciagure, le nostre glorie: son tutti sfociati qui negli articoli.

E a sapere intendere dietro questi articoli, ci si sentono delle voci lontane.

Quando io leggo: nell’articolo 2 “L’adempimento dei doveri inderogabili di solidarietà, politica, economica e sociale” o quando leggo nell’articolo 11 “L’Italia ripudia la guerra come strumento di offesa alla libertà di altri popoli”, “la patria italiana in mezzo alle altre patrie” ma questo è Mazzini! Questa è la voce di Mazzini.

  •  Quando io leggo nell’articolo 8: “Tutte le confessioni religiose, sono ugualmente libere davanti alla legge” ma questo è Cavour!
  • Quando io leggo nell’articolo 5 ”La Repubblica, una ed indivisibile, riconosce e promuove le autonomie locali” ma questo è Cattaneo!
  • Quando nell’articolo 52 io leggo, a proposito delle forze armate “L’ordinamento delle forze armate si informa allo spirito democratico della Repubblica”, l’esercito di popolo, e questo è Garibaldi!
  • Quando leggo all’art. 27 “Non è ammessa la pena di morte” ma questo, o studenti milanesi, è Beccaria!!

Grandi voci lontane, grandi nomi lontani. Ma ci sono anche umili nomi, voci recenti. Quanto sangue, quanto dolore per arrivare a questa Costituzione!! Dietro ogni articolo di questa Costituzione o giovani, voi dovete vedere giovani come voi, caduti combattendo, fucilati, impiccati, torturati, morti di fame nei campi di concentramento, morti in Russia, morti in Africa, morti per le strade di Milano, per le strade di Firenze, che hanno dato la vita perché la libertà e la giustizia potessero essere scritte su questa Carta. Quindi quando vi ho detto che questa è una Carta morta: no, non è una Carta morta.

Questo è un testamento, un testamento di centomila morti. Se voi volete andare in pellegrinaggio, nel luogo dove è nata la nostra Costituzione, andate nelle montagne dove caddero i partigiani, nelle carceri dove furono imprigionati, nei campi dove furono impiccati, dovunque è morto un italiano, per riscattare la libertà e la dignità: andate lì, o giovani, col pensiero, perché li è nata la nostra Costituzione.

20 novembre 2011

Omaggio a Glenn Gould



Glenn Herbert Gould (Toronto, 25 settembre 1932 – Toronto, 4 ottobre 1982) è stato un pianista, compositore, clavicembalista e organista canadese.

È ricordato soprattutto per le sue registrazioni di musiche di Bach, ma anche di Beethoven, Mozart e del repertorio pianistico del XX secolo.

Glenn Gould spesso canticchiava mentre suonava, e i suoi tecnici del suono non sempre sono riusciti con successo ad escludere la voce dalle sue incisioni. Gould affermava che il suo canto era qualcosa di involontario, e che cresceva proporzionalmente all’incapacità del pianoforte di realizzare la musica esattamente come egli la intendeva.

Gould era anche noto per i suoi particolari movimenti del corpo mentre suonava e per la sua insistenza nel seguire una precisa routine. Suonava nei concerti sempre e solo seduto sulla sedia pieghevole, con le gambe regolabili singolarmente, che suo padre, Bert Gould, aveva fatto costruire, e continuò ad utilizzarla anche quando questa era quasi completamente consumata (foto). La sua sedia è così strettamente identificata con la sua figura, da essere in mostra in un posto d’onore in una teca di vetro nella Biblioteca Nazionale del Canada. Lui stesso dichiarò in un famoso video che la sedia gli era “molto più vicina della stessa musica di Bach”. L’importanza di questo oggetto è dimostrata anche dal fatto che l’Estate canadese detentrice dei diritti su Glenn Gould ha individuato solo nel 2006 la società a cui affidare la sua riproduzione ufficiale.

Gould ha affermato: “Mozart è morto troppo tardi”. Mozart, morto a 35 anni, dopo i 25 fece un viaggio in Italia, e fu condizionato, negativamente secondo Gould, dal melodramma italiano.[4]. In realtà Mozart viaggiò per l’Italia e scrisse opere italiane dall’età di 13 anni (1769). Più aspra la critica a Schumann, di cui dice: “non aveva neanche competenza come pianista e se non fosse stato per quella sua scaltra mogliettina che si impegnò ad eseguire tutte quelle sue mediocri composizioni, noi manco sapremmo della sua esistenza”[5]. Per quanto la prima affermazione sia un fatto accertato, la seconda è difficilmente condivisibile. Al compositore Oskar Morawetz, che obiettò sull’interpretazione di Gould della sua Fantasia in re minore, Gould disse: “Mi sembra, da come parli, che tu non capisca la tua musica”.[6].

Sono in molti a ritenere che Gould fosse affetto dalla Sindrome di Asperger.[7] Egli morì prima che questa fosse inclusa nel DSM-IV, il principale manuale di riferimento per i disordini mentali utilizzato negli Stati Uniti, al 299.80. Molti tra i pazienti affetti dalla sindrome di Asperger posseggono abilità straordinarie in alcuni campi.

fonte: WIKIPEDIA ITALIA

http://it.wikipedia.org/wiki/Glenn_Gould

8 agosto 2011

LA FATTORIA DEGLI ANIMALI

a cura di Fabio Antonio Siena

George Orwell, pseudonimo con cui è noto Eric Blair, sicuramente il più autorevole tra i saggisti politici, opinionisti e giornalisti britannici del xx secolo,è stato tra i primi ad alzare critiche contro l’estremismo e la violenza del regime Staliniano tramite il suo breve romanzo allegorico Animal Farm, titolo originale dell’italiano  ”La Fattoria degli Animali”.

Dibattito crudo ch’è stato oggetto della satira orwelliana dal primo dopo guerra, nonostante egli fosse di formazione prettamente socialista e democratica, e che, pur partendo da una metafora evidente e sconcertante del socialismo reale russo, si evolve come analisi chiara, schietta e comprensibile ad un pubblico vastissimo di lettori delle conseguenze popolari delle tirannie totalitariste.

Il breve libello, circa 70 pagine, è stato pubblicato per la prima volta già nel ’47, a soli due anni dal termine del conflitto mondiale, e assume un valore estremamente importante per la nascita e la crescita di veri e propri movimenti culturali. Esso segue il leitmotiv delle fabulae di Fedro, con l’assegnazione ad ogni animale della fattoria il ruolo di rappresentante di una reale classe sociale o di un personaggio storico di rilievo. Un’altro modello può altresì essere individuato nell’ultimo capitolo de “I Viaggi di Gulliver” di Jonathan  Swift.

Si possono facilmente riscontrare gli sviluppi della ribellione degli animali contro il padrone e oppressore Mr. jones come sintesi super partes della storia russa dalla rivoluzione bolscevica del 1917 alla presa del potere di Josif Stalin e alla degenerazione dell’ideologia marxista da salvezza del proletariato a regime fondato su Gulag, polizia politica e Stakanovismo (ideale di sforzo lavorativo oltre i propri limiti al servizio dello Stato). Dietro il proprietario della fattoria si cela, dunque, lo zar Nicola II, causa del malcontento dei proletari russi durante il primo conflitto mondiale e prima vittima della rivoluzione d’Ottobre; al “Vecchio Maggiore” corrispondono invece sia Marx che Lenin, padri della scuola di pensiero e della filosofia che funge da base teorica ed utopica alla ribellione; mentre il maiale Napoleon, il cui nome già richiama quello dell’Imperatore francese Napoleone Bonaparte, incarna Stalin, ovvero il responsabile della caduta ideologica del progetto Leninista e del suo progressivo avvicinamento agli altri regimi di terrore. Avvicinamento già ben noto a partire dal patto Molotov-Ribbentrop col quale si stabiliva la spartizione dei territori dell’Europa Orientale tra l’ambiziosa e belligerante nuova Urss e  la Germania del nazista sanguinario Adolf Hitler e che viene rappresentato dall’Orwell come il banchetto privato tra i maiali, ormai detentori di un potere pressochè infinito, e i fattori confinanti con la tenuta Pilkington e Frederick. Durante questo incontro tutti i comandamenti, che avevano guidato inizialmente le sorti del popolo della fattoria, basati sulla uguaglianza e sull’assoluto divieto di compiere gesta simili a quelle degli umani (rappresentanti del nazifascismo), vengono infranti e non rispettati da Napoleon e i suoi maiali, i quali, seduti al tavolo vestiti da umani, in una casa appartenuta a Mr. Jones, sorseggiando alcolici, prendono accordi con gli altri “dittatori”. Per cui, secondo la nuova legge che prevede testualmente “Tutti gli animali sono uguali, ma alcuni sono più uguali degli altri“, le creature che da fuori osservano attonite la scena “…guardavano dal maiale all’uomo, dall’uomo al maiale e ancora dal maiale all’uomo, ma già era loro impossibile distinguere fra i due”.

“Ogni riga di ogni lavoro serio che ho scritto dal 1936 a questa parte è stata scritta, direttamente o indirettamente, contro il totalitarismo e a favore del socialismo democratico, per come lo vedo io.”

Così scriveva mentre preparava il suo breve capolavoro Orwell, mantenendo poi questa linea anche nelle sue future opere, prima fra tutte “1984″, dalla quale, anche se in maniera a parer mia offensiva per l’autore, si ispira il famoso reality show “Grande Fratello”.

Grande Fratello, infatti, deriva da una errata traduzione di Big Brother, propriamente fratello maggiore, che sarebbe il partito unico a capo del nuovo potere mondiale di tipo totalitario rappresentato dal romanzo. Il Grande Fratello, così come avviene nella micro-società in televisione, spia universalmente ogni azione della popolazione mondiale, cercando di comprometterne eventuali piani sovversivi o azioni di opposizione al regime. Infatti, come teorizzato nei suoi saggi da Orwell, motivo comune ai totalitarismi sarebbe la tendenza a controllare il pensiero del popolo “… ancor più delle loro azioni”. In 1984, pessimistica visione del futuro, considerata addirittura distopia, questo carattere assume una estensione mondiale e costituisce un  mezzo invincibile di gestione del potere.

18 luglio 2011

FUTURISMO, l’arte dei regimi e delle fabbriche

CON UN DOSSIER SU UMBERTO BOCCIONI  in alto due foto di Filippo Tommaso Marinetti, in basso una foto dei futuristi firmatari del manifesto
in alto due foto di Filippo Tommaso Marinetti, in basso una foto dei futuristi firmatari del manifesto

“La Guerra è un’imposizione fulminea di coraggio, di energia e d’intelligenza a tutti. Scuola obbligatoria d’ambizione e d’eroismo; pienezza di vita e massima libertà nella dedizione alla patria. [...]La Guerra ringiovanirà l’Italia, l’arricchirà d’uomini d’azione, la costringerà a vivere non più del passato, delle rovine e del dolce clima, ma delle proprie forze nazionali.

(Filippo Tommaso Marinetti)


 FUTURISMO

PROGRESSO, TRA LOTTA E DINAMISMO

 a cura di Fabio Antonio Siena

      Il Futurismo è un’avanguardia storica prettamente italiana nata a partire dal 20 febbraio1909 con la pubblicazione sul giornale francese “Le Figaro” del Manifesto del Futurismo, redatto dall’intellettuale italiano Filippo Tommaso Marinetti, e sottoscritto da Giacomo Balla, Umberto Boccioni, ,  che sintetizza in undici punti tutti caratteri del movimento.

Filippo Tommaso Marinetti, Boccioni, Balla, Futurismo

  1. Noi vogliamo cantar l’amor del pericolo, l’abitudine all’energia e alla temerità.
  2. Il coraggio, l’audacia, la ribellione, saranno elementi essenziali della nostra poesia.
  3. La letteratura esaltò fino ad oggi l’immobilità pensosa, l’estasi e il sonno. Noi vogliamo esaltare il movimento aggressivo, l’insonnia febbrile, il passo di corsa, il salto mortale, lo schiaffo e il pugno.
  4. Noi affermiamo che la magnificenza del mondo si è arricchita di una bellezza nuova: la bellezza della velocità. Un automobile da corsa col suo cofano adorno di grossi tubi simili a serpenti dall’alito esplosivo… un automobile ruggente, che sembra correre sulla mitraglia, è più bello della Vittoria di Samotracia.
  5. Noi vogliamo inneggiare all’uomo che tiene il volante, la cui asta ideale attraversa la Terra, lanciata a corsa, essa pure, sul circuito della sua orbita.
  6. Bisogna che il poeta si prodighi, con ardore, sfarzo e magnificenza, per aumentare l’entusiastico fervore degli elementi primordiali.
  7. Non v’è più bellezza, se non nella lotta. Nessuna opera che non abbia un carattere aggressivo può essere un capolavoro. La poesia deve essere concepita come un violento assalto contro le forze ignote, per ridurle a prostrarsi davanti all’uomo.
  8. Noi siamo sul promontorio estremo dei secoli!… Perché dovremmo guardarci alle spalle, se vogliamo sfondare le misteriose porte dell’Impossibile? Il Tempo e lo Spazio morirono ieri. Noi viviamo già nell’assoluto, poiché abbiamo già creata l’eterna velocità onnipresente.
  9. Noi vogliamo glorificare la guerra – sola igiene del mondo – il militarismo, il patriottismo, il gesto distruttore dei libertarî, le belle idee per cui si muore e il disprezzo della donna.
  10. Noi vogliamo distruggere i musei, le biblioteche, le accademie d’ogni specie, e combattere contro il moralismo, il femminismo e contro ogni viltà opportunistica.
  11. Noi canteremo le grandi folle agitate dal lavoro, dal piacere o dalla sommossa: canteremo le maree multicolori e polifoniche delle rivoluzioni nelle capitali moderne; canteremo il vibrante fervore notturno degli arsenali e dei cantieri incendiati da violente lune elettriche; le stazioni ingorde, divoratrici di serpi che fumano; le officine appese alle nuvole pei contorti fili dei loro fumi; i ponti simili a ginnasti giganti che scavalcano i fiumi, balenanti al sole con un luccichio di coltelli; i piroscafi avventurosi che fiutano l’orizzonte, le locomotive dall’ampio petto, che scalpitano sulle rotaie, come enormi cavalli d’acciaio imbrigliati di tubi, e il volo scivolante degli aeroplani, la cui elica garrisce al vento come una bandiera e sembra applaudire come una folla entusiasta.

Marinetti

Il Futurismo, in breve tempo, divenne dunque la maggiore novità nel panorama culturale italiano, pur riscuotendo scarso consenso a livello internazionale, ad eccezione del cubofuturismo russo. Come si evince dalla lettura del manifesto, esso si pone come interprete dell’era della gigantesca industrializzazione e dei totalitarismi, esaltandone il dinamismo, contro tutta la tradizione, le accademie le biblioteche, i “Chiari di Luna”ed i musei.

Esso si rivolge a tutte le arti, dalla musica, alla pittura, dalla scultura, alla letteratura. Il rifiuto delle elite e del decadentismo spinge all’estremo auspicio di “bruciare musei e biblioteche”, di esaltare la modernità e il futuro, la velocità e il dinamismo contro la stasi, la guerra contro la diplomazia,la modernità contro l’antico.

   L’artista futurista, come scrive lo stesso Marinetti, è “Chi pensa e si esprime con originalità, forza, vivacità, entusiasmo, chiarezza, semplicità, agilità e sintesi. Chi odia i ruderi, i musei, i cimiteri, le biblioteche, il culturismo, il professoralismo, l’accademismo, l’imitazione del passato, il purismo, le lungaggini e le meticolosità. Chi vuole svecchiare, rinvigorire e rallegrare l’arte italiana, liberandola dalle imitazioni del passato, dal tradizionalismo e dall’accademismo e incoraggiando tutte le creazioni audaci dei giovani”.

Alla fine di un secolo la cui cultura è stata completamente condizionata dai modelli storici e da un’estasi, riscontrabile in particolare nel primo D’Annunzio, nella fuga dalla realtà verso il sogno. Il futurismo invece si esprime solo in collegamento diretto con il reale e con gli avvenimenti storici.

futurismo, avanguardie novecento

Umberto Boccioni

I più importanti artisti che aderirono al futurismo furono Umberto Boccioni, forse la maggiore espressione della pittura futurista,  Giacomo Balla, Gino Severini, Luigi Russolo e Carlo Carrà.

Due sono le fasi principale in cui si sviluppa l’avanguardia. La prima, alla quale parteciparono i più importanti  pittori, poi confluiti nell’arte metafisica o morti nel corso del primo conflitto mondiale, come avvenne con boccioni nel 1916, è quella della maggiore spinta rinnovativa. La seconda, direttamente collegata al dopoguerra, vide l’assorbimento degli intellettuali futuristi, ed, in un primo momento, anche del loro padre fondatore Marinetti, da parte del fascismo, regime politico a cui ben si abbinavano l’esaltazione della guerra e il dinamismo futurista.

                   Balla

Molto intenso fu la stesura e la pubblicazioni di Manifesti. Dopo il primo, forse più interessante, ne viene pubblicato un secondo l’11 febbraio del 1911.

Il gesto, per noi, non sarà più un momento fermato del dinamismo universale: sarà, decisamente, la sensazione dinamica eternata come tale.

Tutto si muove, tutto corre, tutto volge rapido. Una figura non è mai stabile davanti a noi, ma appare e scompare incessantemente. Per la persistenza delle immagini nella retina, le cose in movimento si moltiplicano, si deformano, susseguendosi, come vibrazioni, nello spazio che percorrono. Così un cavallo da corsa non ha quattro gambe: ne ha venti, e i loro movimenti sono triangolari.

Opera futurista di Giacomo Balla

  Da queste righe si evince l’intenzione, che poi diverrà caratterizzante della pittura futurista, di imprimere in immagine unitarie il movimento.  Le forme dunque si moltiplicano, si scompongono e ricompongono seguendo il movimento, la velocità, il vigore. Le figure si intersecano e gli spazi si inabissano in sintesi contorte della realtà che fluisce.Il  “complementarismo congenito”, in realtà ripreso dal divisionismo e il suo utilizzo dei colori,  è altro punto fondamentale della teoria futurista, insieme alla sincerità e alla verginità della Natura.

E’ altresì importante sottolineare la differenza sostanziale che c’è tra cubismo e futurismo. Ad una prima occhiata, nell’azione scompositiva, i due movimenti appaiono molto vicini ed i dipinti molto simili, ma sostanziale è il divario nel soggetto che viene scomposto: nel cubismo un unico ente, nel futurismo una molteplicità di enti, che si sovrappongono e si attorcigliano.


UMBERTO BOCCIONI

Autoritratto, Umberto Boccioni

  Umberto Boccioni, nato nel 1982 a Reggio Calabria da famiglia romagnola, peregrinò per l’Italia fin dall’infanzia, da Forlì a Catania, passando per Genova, Padova e Roma, insieme  al padre, continuamente trasferito per motivi di lavoro, e studiò presso un istituto tecnico catanese. Anni decisivi per la sua formazione furono quelli romani, durante i quali conobbe Severini, Sironi e fu allievo di Giacomo Balla. Grazie al sostegno dei suoi genitori riuscì a viaggiare all’estero verso Parigi, prima, e verso la Russia, dopo. Durante  questi viaggi nasce la sua passione artistica vera e propria ed egli inizia una costante attività di disegnatore e pittore. Nel 1907 si iscrive alla  Scuola libera del Nudo dell’Istituto di Belle Arti di Venezia. Decisivo è l’incontro a Milano con Filippo Tommaso Marinetti, insieme al quale sarà uno dei principali fautori del movimento futurista e sicuramente il massimo rappresentante di quest’avanguardia in campo artistico. Da questo momento in poi, partecipa attivamente a tutte le pubbliche attività e manifestazioni del movimento.

Allo scoppio della prima Guerra Mondiale, fu un fervido interventista e partecipò come volontario insieme ad un folto gruppo di artisti.

Nel corso della guerra, durante un’esercitazione, morì in circostanze sospette cadendo dalla sua cavalla, imbizzarritasi al passaggio di autocarro. Era il  1916. Nelle campagne di Chievo, ove morì, è ancora oggi posizionata una lapide commemorativa.


LA CITTA’ CHE SALE

“La città che sale”

  Una delle tele più famose di Boccioni, che sintetizza un po’ tutte le caratteristiche della pittura futurista, è sicuramente “La Città che Sale”, denominata inizialmente Il Lavoro.

Acquistata nel 1912 dal  musicista Busoni nel corso di una mostra itinerante dei futuristi in Europa ed oggi esposta al  Museum of Modern Art di New York, è stata realizzata nel 1910  e misura 209×200 cm.

Essa rappresenta la prima  vera e propria opera futurista di Boccioni, preceduta da una serie di opere di carattere assai tradizionale, limitate alla sola imitazione della realtà. E’ stata dipinta nel corso del soggiorno a Milano ed ispirata alla veduta di un cantiere dall’abitazione dell’artista.

Il piano prospettico è diviso in maniera abbastanza chiara da tre profondità, ordinate dal basso in alto in ordine di vicinanza. In basso, e dunque in primo piano, sono collocate delle figure umane la cui struttura segue delle linee diagonali per evidenziarne il movimento e lo sforzo energico. Al centro, dominano l’intero dipinto tre possenti cavalli, la cui dinamicità e virilità è rappresentata in maniera esasperata mediante pennellate violente, filamentose e oblique. Due di essi sono di un rosso acceso che si staglia con luminosità ed allo stesso tempo si fonde nell’azione ai condottieri umani solo abbozzati in blu. L’uso di questi colori evidenzia una influenza ancora elevata delle tecniche divisioniste. Il cavallo di sinistra si differenzia dagli altri per il suo colore bianco e la sua rappresentazione più statica rispetto agli altri.

Sullo sfondo si possono individuare dei palazzi in costruzione, preceduti da impalcature e seguiti da ciminiere lontane, tipico ambiente della periferia urbana nelle capitali dell’industria del primo novecento.

bozzetto preparatorio la città che sale

un bozzetto preparatorio de La città che sale

Dalla tematica si estrapolano tutte le teorie essenziali del futurismo: l’esaltazione della forza e dell’aggressività, della velocità e del moto convulso, ma anche del lavoro umano che plasma l’ambiente circostante in base alle proprie esigenze, domina cioè la natura con il solo fine di correre verso il futuro, verso un’epoca moderna in cui non c’è più spazio per le pause riflessive, per la bellezza e per il romanticismo classicheggiante dell’ottocento.

Una normale situazione di lavoro si trasforma così, mediante l’impressione del pittore, in un’occasione perfetta di celebrare il mito del progresso e quello della lotta verso un’espansione industriale inarrestabile, ch’è parallela alla fuga dei cavalli trattenuti inutilmente per le briglie.

FORME UNICHE DELLA CONTINUITA’ NELLO SPAZIO

forme uniche della continuità nello spazio umberto bocccioni futurismo

Forme uniche della continuità nello spazio, Umberto Bocccioni

 “In questi giorni sono ossessionato dalla scultura! Credo di aver visto una completa rinnovazione di quest’arte mummificata.

   Così scriveva Umberto Boccioni ad un amico, a proposito della sua prima e celeberrima scultura futurista “Forme Uniche della Continuità nella Spazio”, un anno prima di ultimarla in gesso nel 1913. Questa descrive una figura umana aerodinamicamente deformata dalla velocità, che si dirige in ogni direzione e cambia aspetto da ogni prospettiva, evidenziando il carattere plurale della scomposizione della realtà attuata dallo scultore futurista. L’intera opera, poi, si sviluppa, in un continuo e netto chiaroscuro, generato dall’irregolare disposizione di rilievi, cavità, piani, vuoti, il cui repentino andamento sulla struttura metallica richiama quello di meccanismi ed ingranaggi delle fabbriche pesanti.

Essa non ha contorni ed ogni curva concava e convessa che la percorre pare essere giustapposta all’altra per ottenere la massima sensazione di dilatazione e indeterminatezza. Non è immagine, infatti,  dell’impressione d’un attimo, che lascerebbe solo intuire l’azione, ma, ad un livello nettamente superiore di elaborazione, essa è impronta di un intero pezzo di tempo; vale a dire che la struttura che si muove e lo spazio entro cui si muove sono racchiusi in un’opera unitaria.

Le braccia dell’ominide di Boccioni sembrano esser state amputate e la sua anatomia appare esasperata come se al corpo in moto siano stati strappati l’involucro di pelle ed ogni copertura superflua, per lasciar spazio ad una muscolatura robusta e gonfiata, ch’è adeguata al fine esegetico del “mito” del progresso industriale.

Il risultato è un’opera di straordinaria originalità, senza precedenti nella storia dell’arte, completamente distaccata, se non per i materiali usati, da ogni canone classico ed ogni accademismo.

forme uniche della continuità nello spazio umberto bocccioni futurismo

Forme uniche della continuità nello spazio

vedi anche: GLI INTELLETTUALI ITALIANI E IL FASCISMO

GALLERIA IMMAGINI “… IMMERSI NEL FUTURISMO”

 

17 luglio 2011

Per sconfiggere la mafia è necessario un esercito di maestri elementari.

                                                             Gesualdo Bufalino

Gesualdo Bufalino (Comiso, 15 novembre 1920 – Comiso, 14 giugno 1996) è stato uno scrittore italiano. Per gran parte della vita insegnante liceale, si è rivelato tardivamente, nel 1981, all’età di 61 anni con il romanzo Diceria dell’untore, grazie all’incoraggiamento di Leonardo Sciascia ed Elvira Sellerio: l’opera vinse lo stesso anno il prestigioso Premio Campiello.

Egli si rese famoso per il suo stile ricercato, ricco e in alcuni casi “anticheggiante”, nonché per la sua grande abilità linguistica e la vasta cultura. Grande amico di Leonardo Sciascia, visse la maggior parte della sua vita a Comiso, mantenendo un’esistenza ritirata e discreta.

(Da Wikipedia)

29 giugno 2011

GLI INTELLETTUALI ITALIANI NEL REGIME FASCISTA

Giuseppe Ungaretti

Patria e rivoluzione: ecco il grido nuovo. Aderisco ai fasci di combattimento, il solo partito che intende la tradizione e  l’avvenire, in modo genuino.

(Giuseppe Ungaretti)

FASCISTI ED ANTIFASCISTI NELL’ITALIA DI MUSSOLINI

intellettuali antifascisti

Benedetto Croce

a cura di Fabio Antonio Siena

     Un’aspetto alquanto controverso e sul quale critici e storici non riescono a trovare grande accordo è quello della funzione degli intellettuali nel regime fascista. Buona parte del mondo della cultura aderì al fascismo, anche se non si può definir con certezza chi lo fece per richiamo idelogico e chi per asservimento utilitaristico. Tra essi ricordiamo i nomi emblema dell’intellettualismo fascista, tra cui Gentile, D’Annunzio, Ungaretti e Pirandello, benché per gli ultimi due non ci fu una adesione partecipata e convinta come i primi.

Buona parte degli intellettuali aderirono al fascimo dopo l’ingresso nell’Accademia d’Italia o nell’Istituto Treccani, in particolare in seguito al delitto Matteotti ed all’intensificarsi delle azione violente degli squadristi. Ciò avvenne ad esempio con Luigi Pirandello.

Marinetti

Già dai primi del novecento, tuttavia, numerosi, autori, artisti, letterati fondarono movimenti d’avanguardia e correnti di pensiero di destra nettamente nazionaliste e a tratti violente. Fu il caso ad esempio dell’estetismo e, ancor di più, del superomismo dannunziani, concretizzatisi in azioni militari come quella di Fiume, e del Futurismo di Marinetti, movimento artistico esaltatore della lotta, dell’aggressività per eccellenza. Non a caso proprio D’Annunzio e Marinetti saranno tra i primi firmatari del Manifesto degli Intellettuali Fascisti.

Tutte queste esperienze antecedenti furono assimilate e sponsorizzate dal regime di Mussolini, che utilizzò le figure di risalto di questi letterati come mezzo di propaganda, controllandone allo stesso tempo le produzioni.

D’Annunzio

A Gabriele D’Annunzio, infatti, oltre alla splendida villa-museo del Vittoriale, andò la presidenza dell’ Accademia d’Italia, a partire dal ’37, nella quale entrò anche Filippo Tommaso Marinetti.

Numerose furono le riviste e i movimenti attraverso cui si espresse, promossa dal regime, la formazione intellettuale fascista. Tra questi degni di nota furono i periodici Il Selvaggio ed Il Bargello e l’associazione Strapaese, voce dello squadrismo. Il Bargello, inoltre, era il giornale ufficiale del partito. Giuseppe Ungaretti, grazie alla sua adesione al fascismo poté ottenere incarichi come corrispondente del Ministero degli Affari Esteri.

Giuseppe Bottai

 Altrettanto importanti fu il periodico  Critica fascista e il quindicinale  Primato, entrambi diretti e fondati da Giuseppe Bottai, con una tendenza di tipo revisionista nei confronti del regime. Essi riuscirono a coinvolgere scrittori come Renato Guttuso, Elio Vittorini, Enzo Biagi, Corrado Alvaro, Vasco Pratolini, Eugenio Montale e Cesare Pavese, tutti futuri attivisti dell’antifascismo.

Una concreta letteratura fascista, comunque, non si concretizzò mai, in quanto i libri maggiormente venduti nel ventennio furono romanzi di basso valore letterario e spesso avevano carattere di esegesi del fascismo e del Duce, come ad esempio la biografia di Mussolini di Giorgio Pini.

Giornalisti e scrittori che espressero voci di dissenso troppo opposte all’ideologia del regime furono duramente censurati, mandati al confino ed uccisi. Piero Gobetti, importante rappresentante dell’antifascismo italiano, che Fondò e diresse le riviste Energie NoveLa Rivoluzione Liberale e Il Baretti morì per le percosse degli squadristi. Ancora Antonio Gramsci, fondatore del partito comunista italiano, grande uomo di cultura, instancabile filosofo e critico letterario, morì in carcere. I fratelli Carlo e Nello Rosselli, in esilio a Parigi, furono uccisi da formazioni locali di estrema destra, molto probabilmente su ordine dei vertici del fascismo.

Antonio Gramsci

Anche Alberto Moravia, autore di numerosissimi romanzi, protagonista della letteratura della seconda metà del novecento, vincitore del premio Strego e del premio Marzotto, collaboratore nel corso della sua carriera dei più importanti giornali italiani, fu avversato e censurato dai fascisti. In particolare fu contrastata la pubblicazione di Agostino, La Mascherata e Le Ambizioni Sbagliate.

Montale

La rivista Solaria, fondata ne ’26 da Alberto Carocci, per la quale scrisse con tono di “denuncia moralistica ideologicamente caratterizzata” Eugenio Montale, che fu il più fecondo laboratorio letterario del ventennio, fu chiusa nel 1936 senza se e senza ma.

Le due figure che meglio ritraggono il modo di interpretare la realtà contemporanea degli intellettuali fascisti ed antifascisti furono rispettivamente Giovanni Gentile e Benedetto Croce.

Giovanni Gentile

Gentile fu filosofo ufficiale del regime e teorizzò lo “Stato Totalitario” entro il quale il “singolo” doveva interamente immedesimarsi. Ebbe un ruolo importante nella vita politica italiana durante il ventennio, soprattutto in ambito culturale e scolastico. Fu, infatti, Ministro della Pubblica Istruzione, presidente dell’ Enciclopedia Italiana Treccani e dirigente dell’Accademia d’Italia.

Fu il redattore, nonché primo firmatario, del Manifesto degli intellettuali fascisti del 1925.

Croce, di formazione liberale e giolittiana, pur facendo inizialmente capo alla stessa tendenza neoidealistica di Gentile, vedeva nel fascismo la condanna definitiva del liberismo ed una vera e propria malattia morale dell’anima Egli, il 1° Maggio del 1925, redasse il Manifesto degli Intellettuali Antifascisti, in contrapposizione a quello redatto da Gentile e diventò così il capostipite degli della cultura non piegata al regime.


28 giugno 2011

TOTALITARISMI, o come il pensiero unico svuota la democrazia

   a cura di Fabio Siena

     Quello della prima metà del ‘900 europeo è uno dei momenti più oscuri, tragici e incomprensibili della storia umana; un periodo di decadenza e crisi totale dei valori umani di libertà, uguaglianza, giustizia sociale, solidarietà sanciti poco più di un secolo prima dalla “Dichiarazione dei Diritti dell’Uomo e del Cittadino” (1789), i quali avrebbero dovuto idealmente accompagnare il vecchio continente e il mondo intero verso un’epoca di splendore per le repubbliche e per la partecipazione democratica nelle istituzioni statali. Ma l’affermarsi di una nuova classe sociale borghese al comando degli stati nazionali portò all’apologia dell’Imperialismo, prima, e alle grandi guerre che ne derivarono direttamente, dopo, con una serie infinita di persecuzioni, diaspore e prevaricazioni razziali, ancora vive nei cuori dei superstiti e nei numerosissimi documenti, diari e scritti risalenti a quel periodo, che sono giunti fino ai nostri giorni.

Alla base della nascita dei totalitarismi ci fu proprio la delusione di queste infinite ambizioni imperiali, tanto alimentate dalle politiche nazionaliste, che si tradussero subito in un colonialismo vorace finalizzato unicamente allo sfruttamento dei territori incontaminati, delle materie prime abbondanti e della manodopera a basso costo; lo scontento della popolazione e l’ingiustizia sociale; la società di massa ed il controllo centralizzato dei mezzi di comunicazione,con potenti apparati sia di censura che di promozione di materiali filogovernativi, che consentirono un forte intervento statale nella vita comunitaria dei cittadini, come in quella privata; l’inflazione e la povertà che crebbero a dismisura alla fine del primo conflitto mondiale con la promessa di una risoluzione tramite leggi razziali e conseguenti confische dei beni ad ebrei e nemici; la capacità di fornire risposte semplici quanto fasulle da parte dei singoli e violenti movimenti rivoluzionari in Germania, come in Italia ed in Russia.

L’avvento dei regimi però si tradusse quasi sempre in un controllo perfetto delle apparenze e in un abbandono progressivo delle premesse ideologiche, realizzabile grazie al terrorismo della polizia politica (celeberrima la  Gestapo) nei confronti degli oppositori e alla diffusione di un intero impianto culturale pro regime  tramite il riadattamento dei programmi scolastici; la costituzione di associazioni e movimenti facenti capo ai partiti/stato; la nascita di giornali e riviste controllate direttamente dai “Ministeri della Propaganda”; rituali, feste e manifestazioni atte a sottolineare continuamente, senza tregua, la potenza e la perfezione dello stato totalitario.

 

Splendida l’immagine che viene data del “pensiero unico” nei totalitarismi dall’autore inglese Geroge Orwell, sia in “Animal Farm” che in “1984”. In particolare nel secondo si evidenzia come “Il Grande Fratello” (da una errata traduzione italiana di Big Brother, cioè Fratello Maggiore) riesca controllare e piegare alla sua volontà il pensiero delle masse, soggiogandole con l’utilizzo di mezzi di propaganda martellanti.

Altrettanto interessante è il caso suscitato in piena seconda guerra mondiale dall’interpretazione ne “Il Grande Dittatore” del famosissimo comico ed attore americano Charlie Chaplin, che ebbe il coraggio, forse anche grazie alla sua fama internazionale che lo salvaguardava, di denunciare, con uno dei film più commoventi nella storia del cinema, tutta la brutalità del dittatore tedesco Adolf Hitler.

Un’altra importantissima voce che seppe ergersi contro le violenze perpetrate nei lager nazifascisti e staliniani, contro lo stupro della libertà attuato dai totalitarismi del novecento, contro la censura e la polizia politica, contro la passività dell’individuo perso nella massa monocolore, fu la voce della filosofa e storica tedesca Hanna Harendt, autrice del celebre trattato su “Le Origini del Totalitarismo”.

Dall’analisi ed il confronto delle suddette peculiarità e tali autori partirà, per l’appunto, questo saggio,  addentrandosi nel profondo della storia con l’utilizzo di fonti dirette, come il Discorso del Bivacco, una raccolta di rapporti delle SS sulla “Soluzione Finale della Questione Ebrea” e alcune testimonianze originali della violenza nei GUlag staliniani; ma anche l’interpretazione di parole e opere di artisti, intellettuali, letterati italiani che si schierarono contro il regime fascista o ne divennero parte integrante.

 

Ad esempio saranno analizzate la figure dei fascistissimi D’Annunzio, capostipite dell’estetismo italiano, e Marinetti, fondatore del movimento futurista, contro il rappresentante della fazione opposta diametralmente, nonché autore del “Manifesto degli Intellettuali Antifascisti”, Benedetto Croce.

Tra morte, distruzione, violenza, lo scopo di ogni argomentazione sarà insomma quello di esporre in maniera ampia, generale e semplice, gli aspetti salienti dei totalitarismi europei sia di destra che di sinistra.

CONTINUA nei prossimi articoli….

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