Archivio per ‘Internazionale’

10 maggio 2012

Forbice salariale

A cura di Nipo Nesia


In Francia chi è all’apice di qualsiasi azienda pubblica non potrà guadagnare più di 20 volte dei propri dipendenti, questa è la prima novità dopo l’insediamento di François Hollande. Il rischio, però, è della fuga verso il privato, ma noi siamo fiduciosi che questa regola dovrà essere estesa a tutti i settori e speriamo anche in Italia.

23 aprile 2012

SE VINCE HOLLANDE…

Se vince Hollande, ecco il piano della finanza

È un report in inglese di nove pagine redatto da Cheuvreux, filiale d’affari del Crédit Agricole che opera sui mercati europei per conto di 1.200 investitori istituzionali (fondi pensione e banche) per lo più anglo-americani. A questi clienti è diretto il rapporto riservato, che non era destinato al grande pubblico, scritto dal suo «chief economist» Nicolas Doisy. Ma un sito francese (www.reporterre.net) ne riporta vari passaggi.

Il succo della nota avverte gli speculatori: niente paura, se il prossimo presidente della repubblica francese non liberalizza il mercato del lavoro in Francia, i mercati lo attaccheranno sul piano finanziario.

Dunque la flessibilizzazione estrema del lavoro, operata dal governo tecnico in Italia, sembra obbedire ad una strategia transnazionale. La finanza mondiale dubita però che un socialista all’Eliseo possa disobbedire al piano. Il testo integrale è qui.Ecco, in sunto, quel che scrive ai suoi clienti il capo economista di Cheuvreux:

«Se è eletto il 6 maggio, come è probabile, il socialista Francois Hollande, dovra chiarire la sue posizione su due problemi pressanti: l’austerità di bilancio e la riforma del mercato del lavoro. Fino ad oggi è stato evasivo sui due argomenti, per pure e comprensibili ragioni elettorali: il chiarimento spingerebbe gli elettori popolari verso le estreme, complicando così l’equazione politica».«Nicolas Sarkozy è più coraggioso e più trasperente su questi due punti – ma è ritenuto il perdente dello scrutinio. Come Mitterrand nel 1981-83, Francois Hollande dovrà dispiacere sia ai mercati finanziari, sia ai suoi elettori, perchè è certo che non potrà arrivare a conciliare entrambi. Ma da europeista qual è, dovrebbe essere sensibile all’attacco dei mercati contro il debito francese, specie in ragione dell’ostilità dei partner della zona euro di fronte all’inattività francese (sulle liberalizzazioni del lavoro)».

(…) «L’obbiettivo primario della Francia sarà di restare nell’Eurozona ma egualmente, ed altrettanto importante, di continuare a recitare la parte di co-leader con la Germania, anche al prezzo di una alta disoccupazione…».

«Purtroppo per Hollande, la necessità di una liberalizzazione del mercato del lavoro è ilrisultato diretto dellappartenenza della Francia alla zona euro: non si può avere l’una senza avere l’altra».

«La sola questione è di sapere se Francois Hollande cercherà di rispettare le sue promesse (agli elettori) o se le rimangerà lui stesso appena eletto. Il buon senso gli consiglierebbe di attuare questa liberalizzazione del mercato del lavoro immediatamente. Ma la prudenza innata di Hollande e l’orientamento del suo partito imporranno dei freni: del resto, solo una costrizione esterna metterà la politica francese nella buona direzione» (la buona direzione per i finanzieritagliare i salarilibertà di licenziamento, eccetera, ndr).

«Con la Germania che ha liberalizzato il suo mercato del lavoro da tempo (e la Spagna e l’Italia che lo stanno facendo), Francois Hollande non avrà scelta. Altrimenti la Francia dovrà affrontare la collera dei suoi partner dell’eurozona (e la collera dei mercati) rifiutando di mettere in opera le stesse riforme che stanno attuando loro.

Ingannare il popolo

Non fosse che per il fallimento del referendum del 2005 sulla costituzione della UE (quando i francesi votarono No a Maastricht), Hollande dovrà navigare attraverso forze contrarie nella sinistra. Il trattato era stato rigettato perchè doveva consacrare il mercato libero come principio fondatore dell’Unione Europea, attraverso l’inserimento nella costituzione della direttiva sui Servizi (si allude al timore francese per «lidraulico polacco», ndr). Questo rifiuto è stato una manifestazione tipica del pregiudizio francese (a sinistra come a destra) contro il mercato.

In questa prospettiva, sarebbe politicamente intelligente che i partner dell’eurozona permettessero a Hollande di poter esibire che ha strappato loro qualche concessione, anche se falso in realtà. La richiesta di ri-negoziazione del trattato sarebbe allora utilizzata per ingannare il pubblico francese facendogli accettare riforme opportune, fra cui quella del mercato del lavoro».

[Nota del redattore: si delinea qui una finta strategia che sarà adottata non solo da Hollandema dalle cosiddette «sinistre» alla Bersanifingere di chiedere la rinegoziazione del trattato senza metterlo realmente in discussione (ormai il fiscal compact è stato ratificatoed è quello che conta), ottenere delle concessioni che i poteri eurocratici e bancari sono già pronti a dare su temi secondariper poi puntare a quello che i capitalisti speculativi vogliono davverola riduzione e flessibilizzazione dei salari,per retribuire ancor di più il capitale a spese del lavoro].

Più oltre, lo chief economist spiega ai suoi clienti multinazionali che Hollande è stato consigliere economico di Mitterrand quando costui, nel 1981-83, dovette abbandonare il suo programma molto socialista (con pretese di co-gestione) e svoltare di 180 gradi, decidendo «che la Francia sarebbe rimasta nella Comunità Economica Europea», e perciò nel sistema liberista (una enorme fuga di capitali obbligò a questo voltafaccia).

«La Francia sarà senza dubbio messa di fronte alla stessa necessità di una politica economica razionale a partire dal luglio 2012 – come nel 1981 e nel 1983; ma è assai improbabile che Hollande abbia dimenticato le lezioni dei suoi anni di formazione. Specialmente la lezione che esitare troppo a lungo fra due scelte ha un costo altissimo quando si subisce la pressione dei mercati; e dunque, in tali circostanze, la migliore politica è di essere chiari, e fare una scelta pro-europea».

«Scelta europea» e taglio dei salari sono dunque la stessa identica cosa… Ricordiamoceloquando un politico ci ricorda che lui è «europeista».

«… Francois Hollande ha il cuore di un convinto europeista. Tra il ‘93 e il ’97 ha presieduto il think tank di Jacques Delors (1), il ‘Club Témoin’. Questo dovrebbe indurlo a optare per una politica di riforma favorevole alla crescita come tagliare la spesa pubblica e liberalizzare il mercato del lavoro (e i servizi) in un modo o nell’altro. La vera sfida per lui sarà di trovare la formula politica per vendere queste riforme alla popolazione francese».

… Quiil nostro governate Monti potrebbe dargli qualche suggerimento: «Salva-FranciaCresci-Francia», e giù tasse.

Il programma già scritto

«Francois Hollande ha già segnalato agli elettori centristi che non abolirà certe misure, le più simboliche e le più utili, prese dal suo avversario Sarkozy. In particolare ha fatto sapere che non tornerà sull’infame sistema delle 35 ore che Nicolas Sarkozy ha già cancellato. Ha anche pubblicamente controfirmato il programma di riduzione dei deficit accettato da Nicolas Sarkozy con i suoi partners della zona euro.

Fino ad oggi, ha evitato di promettere qualunque cosa di concreto per soddisfare l’appetito del suo elettorato popolare per lo statalismo. Ha solo proposto qualche modifica minore alla riforma delle pensioni del suo oppositore, o anche alla sua politica d’impiego pubblico senza tuttavia aumentare il numero dei dipendenti statali.

Tutto sommato, la sola ambiguità di Francois Hollande, finora, è stata di non aver fatto una sola proposta di riforma favorevole alle imprese, in particolare dal punto di vista della rigidità delmercato del lavoro» (lo chief economist ribatte sullo stesso chiodo).

«La minaccia di un attacco dei mercati contro il debito sovrano della Francia, dovuta alla collera dei suoi partner della zona euro provocata dall’inazione, dovrebbe bastare a costringere l’europeista pragmatico che è in lui.

Nel peggiore dei casi (che però è il più probabile) la pressione dei suoi partner dell’eurozona e dei mercati lo forzerà a fare la svolta ad U.Il peggior scenario è che la Francia debba rassegnarsi alla liberalizzazione del mercato del lavoro, solo dopo che l’inefficacia delle politiche di rilancio sia constatata. Si può sperare che il processo non duri che qualche mese (e non qualche anno come negli anni ‘80) senza troppi disordini sociali.

Un possibile (e desiderabile) catalizzatore della svolta ad U potrebbe essere un aumento delladisoccupazione notevole ed inesorabilespecie tra i giovani. Un altro innesco efficace, in questo contesto, sarà la pressione dei mercati che accadrà se Hollande si mostrasse troppo esitante nelle riforme coraggiose. Questa prospettiva, spiacevole per un presidente di fresca elezione, dovrebbe incitarlo fortemente a non fare giochi stupidi coi mercati».

Che dire? Forse solo che il «fare finta» sta diventando una tattica politica molto vasta: i partiti «fanno finta» di rappresentare la popolazione, mentre le «vendono» le riforme sul lavoro che tanto interessano ai capitalisti; ossia mentre la popolazione europea viene portata ai livelli salariali e previdenziali dei cinesi.

In realtà, i governanti europei hanno già ratificato il Fiscal Compact e il Meccanismo Europeo di Stabilità (l’orwelliano ESM), che chiudono i popoli europei nelle politiche di super-austerità che li trascinano nella recessione, e li mettono definitivamente, disarmati, nelle mani dei poteri oligarchici e bancari transnazionali. Sono le due mascelle con cui il capitale speculativo ci maciullerà, e sono già in atto (2).

Nulla di sorprendente per noi italiani, che di questa finzione siamo già vittime. I nostri partiti politici fanno finta che esista ancora la democrazia, e sostengono un governo nato da un putsch presidenziale. Tutti d’accordo, fanno finta di tagliarsi i colossali finanziamenti, con una legge astutamente pasticciata in modo da guadagnar tempo fino alle prossime elezioni. Dove andranno con la legge elettorale attuale, detta Porcellum, che fanno finta di voler cambiare: la legge che garantisce loro di riempire il parlamento dei sempre soliti, scelti dalle segreterie di partito e non dall’elettorato. Per poi sostenere un governo Monti, fino alla cinesizzazione del lavoro.

Contro questa sciagura, circola sul web una proposta che mi sembra buona: votare in massa per i partiti che oggi sono sotto il 4%. Almeno per rinnovare in parte il parlamento. Che ne dite?

1) Jacques Delors (nato nel 1925) è stato presidente della Commissione Europea per tre mandati consecutivi, dal 1985 al 1995; di fatto è l’artefice dell’unione monetaria europea, del trattato di Maastricht e della moneta unica, spinta verso un federalismo burocratico, a-democratico, che organizzò insieme ad alcuni da lui cooptati (fra cui il nostro, o meglio il suo, Padoa Schioppa). Nel 1995 Delors fu candidato dal partito socialista per diventare presidente della repubblica francese. Dopo molte esitazioni decise invece a sorpresa di rifiutare: probabilmente perchè non venissero alla luce i suoi coinvolgimenti nella vicenda delle ragazzine belghe preda di un circolo di pedofili altolocati, in cui la voce popolare accusava fra l’altro Delors. Il Club Témoin è un think-tank riservato dei cosiddetti «socialisti» francesi, che agisce come lobby pro-eurocratica nel PS. Lo ha fondato lo stesso Delors.

2) La Grecia, in piena realtà, sta svendendo i suoi attivi pubblici per pagare i debiti ai capitalisti speculativi. Le privatizzazioni riguarderanno il 35% dellla Hellenic Petroleum (l’ENI greca), il 25% della OPAP (la Sisal ellenica, quarta compagnia quotata del Paese), 12 porti, 34 aeroporti, un progetto di autostrada a pedaggio da 600 chilometri con la Turchia, eccetera. Il ministro economico Costas Mitropoulos spera così di raggranellare 20 miliardi di euro entreo il 2015, e 50 nel 2020: tutti fondi che nemmeno entreranno in Grecia, ma andranno a servire il debito. E chi è interessato a comprare è Israele; che per mostrare interesse, ha preteso ed ottenuto un accordo di cooperazione militare con Atene, che permette ai suoi caccia-bombardieri di addestrarsi all’attacco alll’Iran nello spazio aereo greco (quello israeliano è insufficiente). Dopo, comprerà per un boccone di pane i pochi gioielli pubblici greci. Un buon affare che anche noialtri contribuenti europei gli pagheremo: si pensi che Italia, Francia, Germania e tutti gli altri europei hanno aumentato i loro debiti pubblici di decine di miliardi per «aiutare la Grecia», o meglio i suoi creditori. Israele non ha contribuito.

16 dicembre 2011

ADDIO WELFARE, BENVENUTA RECESSIONE

L’Incompatibilità dell’Economia di Mercato con lo Stato Sociale

a cura di Fabio Antonio Siena

In questa situazione di indebitamento nazionale sproporzionato in rapporto al reddito prodotto, di continui e indiscriminati tagli alla spesa pubblica e di concorrenza economica internazionale spietata, il problema fondamentale che emerge, secondo il mio non professionale parere, è immune ai provvedimenti attuati dai singoli Stati, compreso quello italiano, e non può essere risolto che con un più deciso intervento di tipo sovranazionale sulle determinate fattispecie non legate al mondo della finanza, ma che ad esso  oggi soccombono, tra le quali sicuramente la causa ambientalista, l’indebolimento ed asservimento della politica e l’uscita graduale di scena degli istituti caratterizzanti lo Stato Sociale.

Il nodo cruciale da sciogliere è proprio l’aggravio di un conflitto che, benché esistente da secoli, raggiunge, con il precipitare della crisi economica, una portata tale da poter compromettere e determinare l’andamento politico mondiale: è il conflitto tra le istanze etico sociali del Welfare e quelle fisiologicamente tendenti al solo profitto dell’Economia di Mercato. In Europa è con l’Unione Monetaria di Maastricht ch’esso esplode: questa poetica ‘libera circolazioni di merci e capitali’, giusta ed opportuna senza alcun dubbio, così solidamente costruita, se non accompagnata da una pari tutela sovranazionale del Welfare non può che avere pessime conseguenze, ovvero la supremazia di un circuito di valori su un altro.  Ciò a causa di una sopravvenuta impossibilità degli Stati di equilibrare e bilanciare interveti di tipo sociale a difesa delle famiglie e delle classi disagiate con interventi in difesa dell’economia interna.

Aumenti della spesa pubblica necessari per finanziare gli interventi dello Stato sul territorio si ripercuoterebbero sul Bilancio Pubblico generando Disavanzo, la cui crescita potrebbe essere rallentata con un aumento del livello delle imposte. Quest’aumento, però, non dovrebbe coinvolgere le classi destinatarie dei sussidi pubblici, che altrimenti vedrebbero rimanere pressoché invariato il loro potere d’acquisto, bensì dovrebbe colpire i capitali scudati, i grossi patrimoni finanziari, i beni di lusso. Da qui si ritorna alla concorrenza internazionale che, in una fase di libertà totale, quasi libertinaggio, degli imprenditori, prende il sopravvento sulla politica. Gli investitori esteri, infatti, in maniera automatica spostano le loro attenzioni verso contesti con il più basso livello delle imposte e con il più alto livello di flessibilità di salari e licenziamenti: aumentare il livello delle imposte significherebbe sbattere loro la porta in faccia, oltre che incentivare il fenomeno della ‘fuga di capitali’.

Gli sprechi storici, gli aumenti irresponsabili e non controbilanciati della Spesa Pubblica, il grosso ritardo nel cambio di rotta, nonostante i segnali di preavviso ci siano stati, si sommano alla problematica situazione di instabilità, già intrinseca a questo tipo di sistema, e Stati come l’Italia si ritrovano con le mani legate, legate da 1909 miliardi e da una pressione fiscale che raggiunge secondo le stime ufficiali il 45,5% del Pil, costretti a tagliare ogni incentivo e a tassare sregolatamente, pur non essendo questo un gran beneficio per  l’economia, in direzione del solo scopo di annullare il disavanzo e far arretrare il debito, mentre la crescita si azzera e diventa addirittura negativa e mentre la disoccupazione continua ad aumentare fino al 9% (previsto per il 2012) e la disoccupazione giovanile arriva al 29,3 %, assai maggiore di stati come Bulgaria, Polonia, Romania, Portogallo, Irlanda.

Siamo in Recessione, lo ha confermato Passera, lo confermano i dati. Tutto collassa rapidamente, tutto il sistema economico sembra volersi ripiegare su stesso. Il famoso stock di 600 miliardi previsti per risollevare la tragica situazione dal Fmi non arriveranno, avendo avuto il parere sfavorevole di Regno Unito e Usa, inoltre ieri per l’ennesima volta la Bce incitava  a un maggiore impegno in vista del “Pareggio di Bilancio”. Qualcuno davvero ci crede che l’Italia possa arrivarci nel 2013?

Cosa si farà? Bloccheranno la sanità? Aboliranno la scuola pubblica? Metteranno una tassa sull’aria? Legalizzeranno il licenziamento arbitrario? Evidentemente sono condizioni impossibili che necessitano di un intervento esterno, al di sopra degli squali che si contendono il futuro di intere civiltà, al di sopra degli interessi nazionali, perché questo sarebbe dovuto essere l’Europa: un organismo capace di intervenire su quei meccanismi irrazionali ed ingiusti del mercato, escludendo il Welfare dal circuito della concorrenza e fissando dei criteri più duri.

 

29 novembre 2011

C’è del marcio in Danimarca…

a cura di  Claudia Petrazzuolo

… L’Italia è, infatti, un paese con redditi stagnanti, ma doviziosamente ricco: il 5,7 per cento della ricchezza netta posseduta nel mondo è in Italia, nonostante che gli italiani non siano più dell’un per cento della popolazione globale e il Prodotto interno lordo della penisola sia pari al 3 per cento del Pil mondiale. Una spiegazione corrente è la diffusione della proprietà immobiliare: l’80 per cento degli italiani vive in una casa di cui è proprietario. Ma è solo in parte vero. Secondo le stime della Banca d’Italia, la ricchezza netta degli italiani è pari a 8.283 miliardi di euro, di cui poco più della metà – 4.667 miliardi – è costituita da abitazioni, mentre le attività finanziarie (titoli, azioni, depositi) erano pari, nel 2008, a 3.374 miliardi di euro. A spiegare la differenza fra reddito e ricchezza è, piuttosto, l’evasione fiscale, che esaspera l’ineguaglianza crescente della società italiana. La piramide dei redditi (dichiarati) è svelta, sottile, quasi egualitaria. Mentre il grafico della ricchezza (stimata dalla Banca d’Italia) appare pesantemente squilibrato, più un paralume che una piramide: quasi il 45 per cento della ricchezza nazionale, equivalente a 3.700 miliardi è nelle mani di 2,4 milioni di famiglie, il 10 per cento più ricco. Se, come è stato ipotizzato, la patrimoniale si dovesse, tuttavia, applicare solo ai patrimoni superiori a 1,5 milioni di euro, il grosso dei ricchi italiani ne sarebbe fuori. Ma anche una patrimoniale per i soli straricchi darebbe un gettito cospicuo. Il 13 per cento della ricchezza italiana (sempre secondo Via Nazionale) è nelle mani di 240 mila famiglie italiane, l’1 per cento del totale. Si tratta di 1.076 miliardi di euro. Una patrimoniale alla francese, con un’aliquota allo 0,5 per cento della ricchezza, darebbe un gettito di oltre 5 miliardi di euro l’anno. Per ognuna delle 240 mila famiglie significherebbe pagare, su un patrimonio che è in media di quasi 4,5 milioni di euro a famiglia, 22.500 euro l’anno. (Repubblica)

E’ VERAMENTE NECESSARIO LEGGERE CON INFINITA ATTENZIONE le righe soprastanti tratte da un articolo della “Repubblica” di oggi, e nel farlo tenere ben presente ed a mente che: il debito pubblico italiano è di oltre 1900 miliardi di euro e che per risanarlo, anche non tenendo conto degli interessi e versando in conto capitale solo il 10% all’anno, oltre 190 miliardi di euro, non basterebbero 10 anni per un suo azzeramento. Sintetizziamo per i più pigri; L’Italia possiede una ricchezza pari al 3% del pil mondiale pur avendo una popolazione in numero pari al 1% di quella mondiale: la ricchezza stimata è dunque di circa 8200 miliardi di cui, più o meno, la metà in proprietà immobiliari e l’altro 50% in rendite finanziarie. Si fa un velocissimo accenno all’evasione fiscale per poi passare ad altre considerazioni ed il tutto per giungere alla conclusione finale secondo cui anche solo una finanziaria alla francese dello 0,5% annuo assicurerebbe un discreto introito delle casse erariali, 5 miliardi, con un esborso per i ricchissimi, a gruppo familiare, pari a 22.500 euro l’anno. E qui, se permettete, parte lo sbroccamento che condenserò in due sole considerazioni, la ‘prima relativa al fatto che probabilmente quella parte di popolazione che si sacrificherà per 22.500 eu. l’anno è la stessa che detiene le maggiori rendite finanziarie su cui fino a qualche mese fa ha pagato una tassa ridicola e che ha scudato i soldi che aveva all’estero e che, ancora, contribuisce con i suoi affari, i suoi intrallazzi e le sue magagne al monte evasione pari a circa 220 miliardi di euro l’anno, ragioni per cui macchiarsi della colpa di infliggerle un sacrificio di ventiduemila euro l’anno non solo è un insufficiente, bastardo, balordo, zuccherino da dare in pasto ai fessi che hanno pagato e che continueranno a pagare, ma è allo stesso modo un inutile palliativo buono a lenire i sintomi e non a curare le cause; la seconda considerazione è molto semplice, forse troppo, per gente avvezza ad elucubrazioni mentali ed ai massimi sistemi finanziari: ARMARE ALLA GRANDE LA GUARDIA DI FINANZA di tutti quei sistemi necessari a scoprire l’evasione e l’elusione, dotare i tribunali delle leggi necessarie a mettere in galera i colpevoli, confiscare le loro proprietà e metterle sul mercato per una realizzo all’incanto onde far cassa immediata e dare un esempio CHIARO, ESPLICITO, DEFINITIVO, tutto il resto sono chiacchiere da bar e specchietti per le allodole italiane che, già ed oramai, convinte del loro eroico ruolo di salvatrici della patria, saranno prese per il sedere per l’ennesima volta e pagheranno a discapito delle loro famiglie, dei loro figli, della loro salute, della loro fame ed in una parola della LORO VITA.
Io non ne posso più di questa accozzaglia di cialtroni e, ufficialmente dico che da me non avranno più neanche un centesimo di euro o di lira che SIA.

26 novembre 2011

Per mari e per Monti…

a cura di Simone Spinale

Ci eravamo lasciati in Europa in una conferenza stampa con sorrisi inopportuni che la dicevano lunga sull’affidabilità che i due traini d’Europa come Germania e Francia ci davano. I mercati intanto erano già da tempo salpati tra i flutti della speculazione e la “forza” dello spread si attestava quotidianamente tra il 6 e il 7%. I nostri BTP decennali avevano decretato che quei sorrisi poi inopportuni non lo erano ma anzi erano obiettivi sulla forza politica dell’ex Governo Italiano. I BTP e i BUND non erano poi così menzogneri sulla solidità delle realtà dei due Stati. E quando si bruciano miliardi di euro in un sol giorno e la BCE deve acquistare costantemente titoli di Stato per evitare la deriva finanziaria l’ammutinamento, che lo si voglia o no riconoscere, è già segnato!

Così ci eravamo lasciati… ma in tutte le grandi storie di esplorazioni e d’affari le navigazioni che mostrano tramonti veloci e infuocati per tutti ritornano sempre e non è detto che la circumnavigazione sia sempre quella stessa della rotta franco-tedesca. La triade Monti-Merkel-Sarkozy come tre caravelle ha dato il via ad un nuovo progetto di ancoraggio per stabilizzare i mercati ormai impazziti e poco governabili da un solo Governo. La parte più difficile è affidata all’Italia perché ha falle nelle stive e disperde ricchezze in mare troppo facilmente. L’inventario è un calcolo preciso e il gioco delle tre carte non è più utile da fare quando le ispezioni sono ormai partite. Al Governo Monti si richiede rapidità, saggezza, equità, rigore, una nuova immagine e un nuovo stile…insomma si richiede una marcia in più che tutta la nostra nazione deve magicamente ritrovare. Non è tempo di mal di pancia o di distinguo. Tutto ha un tempo, tutto ha uno spazio predeterminato se non ci si vuole ritrovare i pirati in nave.

Tutto questo è visto da occhi stranieri che ci scrutano e ci guardano per ciò che siamo ora, non solo ora e paradossalmente avvisati da tanto tempo.

Le azioni di Monti “sono avvolte nella nebbia” e “gli italiani che hanno riposto fiducia in lui stanno diventando un po’ nervosi”, dopo che “in cima all’agenda di un atteso cdm c’é stata la discussione di accordi bilaterali con le Mauritius e le Isole Cook e una legge per fermare dannosi sistemi antivegetativi sulle barche i cui effetti prevedono la crescita di organi genitali maschili sulle conchiglie di mare”. Affermazioni del Financial Times che spiegano molto bene il nervosismo che in Europa si tocca ormai con mano in ogni incontro ufficiale.

Gli organi ufficiali dell’UE per smorzare i toni e per rassicurare chi ci guarda dichiara intanto che “la Commissione europea è un partner del governo italiano, lavoreremo insieme” (cit. vicepresidente Olli Rehn) chiarendo però che c’è la drammaticità del momento italiano e che deve essere risolta in tempi brevi per non far affondare il sistema Euro. Ma ciò non è il solo annuncio per calmare le acque e infatti l’agenda di Monti coincide totalmente con quella europea: “Consolidamento fiscale, misure per la crescita ed equità sociale, sono tre obiettivi tutti molto importanti”. Non c’è leader o nazione che in occasioni diverse non abbia usato queste parole per indicare all’Italia l’orizzonte da seguire.

La nebbiolina però è evidente nell’aria politica e ha un nome ben preciso: accordo di maggioranza. Ogni partito tra incontri nei corridoi e incontri dichiarati a posteriori cerca di fare quadrato per dare il via a ciò che sarà per ogni onesto medio cittadino italiano una sonora stangata per la sperata crescita.

La terza carica dello Stato Italiano, Gianfranco Fini, dichiara “non c’é nebbia ma la necessità di fare le cose bene e non solo in fretta, per cui serve qualche giorno”…”Già entro la prossima settimana arriveranno i provvedimenti noti”.

Ma il prossimo lunedì mattina per Piazza Affari sarà vero come diceva Totò in un celeberrimo film che “A Milano quando c’è la nebbia non si vede”?

26 novembre 2011

In ginocchio dalla Merkel!

a cura di Claudia Petrazzuolo

E’ questo il titolo balordo con il quale, a otto, colonne uno dei giornali del nano malefico titola questa mattina. No, non ho cambiato bandiera, né ho buttato dei soldi per comprare della carta igienica tra l’altro inutilizzabile; il fatto è che questo titolo è talmente stupido di per sé e così offensivo per i lettori di quel foglio che spararlo a caratteri cubitali alla vista anche di chiunque passi davanti ad una edicola dovrebbe essere considerato un attentato alla salute pubblica ed alla pubblica decenza, non sto affermando che dovrebbe essere proibito, perché ciascuno ha il diritto di rendersi ridicolo come meglio gli aggrada, ma almeno se ne dovrebbe consigliarne la visione solo ai NANOMANIACI ai quali non può far danni maggiori di quelli che essi stessi si fanno.
Il titolo è una parafrasi di quello di una canzone di Morandi, ma al di là della facile battuta è del tutto privo di significato perché non solo Mario Monti non era in ginocchio davanti alla Crucca ed al presuntuoso Ruspante Gallico, ma dall’alto della sua scienza e serietà li ha persino rampognati per aver eluso, quando a loro faceva comodo, le regole da loro stessi stabilite. Ma non basta, questo ignobile titolo è una presa in giro boomerang in quanto quand’anche il sen. Monti fosse stato in ginocchio davanti alla teutonica premier, comunque sarebbe stato meglio dell’essere tenuti al cu.o come avevano, con infinita prosopopea, fatto con il nano politico più alto che onesto.
Cio detto, mi stupisce lo stupore della frau premier la quale ha definito “impressionanti” le misure che il nuovo nostro premier sarebbe pronto a mettere in campo; di cosa si meraviglia la conterranea di Goethe, non sa che noi italiani quando decidiamo di fare una cosa seriamente non stiamo a badare a sforzi, a sacrifici?; non sa la tedesca he siamo fantascientifici quando dobbiamo darci da fare per risollevare le nostre sorti?; quindi l’unica sorpresa consiste nel fatto che lei avesse davvero creduto che gli italiani fossero tutti come il vecchio satiro, pensate dunque quanti danni ha fatto in soli venti anni questo piccolo piccolo piccolo uomo.
Ed anche questo detto adesso noi dobbiamo solo sperare che il sen. Monti, e sarebbe la prima volta nella storia degli italiani, ripartisca la quota sacrifici non solo fra tutti i suoi connazionali, cosa che sarebbe già di per sé eccezionale, ma la speranza è che lo faccia ripartendo in maniera proporzionale all’effettivo essere ed esistere di ognuno, OBBLIGANDO chi non ha mai dato, chi ha dato poco, chi doveva dare di più non solo a sobbarcarsi della sua giusta parte, ma PRETENDENDO da costoro ANCHE UNA UNATANTUM a titolo di risarcimento per il passato, solo così sarà possibile per tutti gli altri fessi, martiri, eroi italiani continuare a credere in una giustizia terrena per cui valga la pena di essere onesti.
Facciamo che per una volta ad essere avvicinati al Cristo siano tutti gli Italiani e non che ad essere crocifissi siano sempre e soltanto i soliti … NON E’ VERO, MA, ancora E SOLO per questa volta, VOGLIO CREDERCI!.

24 novembre 2011

Iceland: The First of The Advanced Economies To Fail?

a cura di Tina Ti

Iceland The First of The Advanced Economies To Fail?

It appears to me that as Iceland refused to “socialize debt” or “bail out the banks” & Iceland is now well on it’s way to economic recovery.

The deposit holders were protected completely and the corrupted banks systems held responsible for their own issues.

I implore you to view the results of this conference and review the results of not bailing out the banks and it’s benefit to Iceland’s citizens.

Icelanders voted against austerity measures and are on the road to recovery after 3 short years. Could it be that the power of the people & their vote can overcome our economic difficulties, or, more specifically, the economic difficulties of one of our most favored trading partners.

Review the conference

22 novembre 2011

La Spagna archivia l’era Zapatero con una batosta per il Psoe

a cura di Oreste Sabatino
Dopo 7 anni di governo Zapatero gli spagnoli riconsegnano il proprio Paese ai popolari guidati da Rajoy che dopo le due sconfitte inflitte dal premier uscente nel 2004 e nel 2008 conquista Palazzo della Moncloa e stando agli exit pool avrà una maggioranza assoluta all’interno del Parlamento dai 181-185 seggi su 350,se il risultato verrà confermato sarà il risultato più grande della storia  per i popolari.
Ancora non è chiara la ricetta anti-crisi(a parte i tagli alla spesa pubblica) di Rajoy ma da domani il leader popolare troverà una Spagna con uno spread altissimo,una disoccupazione al 22% con quella giovanile al 44% ed un deficit che supera il 9% del prodotto interno lordo.
Il neo presidente erediterà una Spagna che nel primo governo Zapatero conobbe un periodo di crescita economica eccezionale che portò alla rielezione nel 2008 del premier Zapatero definito da tutti “il socialista dei cittadini”. Negando che l’economia spagnola fosse entrata in crisi aumentò le pensione minime e i salari pubblici,ma con l’aggravarsi della crisi, la disoccupazione tocca livelli record e iniziano i primi malumori tra gli spagnoli. Dopo l’aut aut dell’Unione Europea,Zapatero mette da parte il programma elettorale  e inizia a tagliare stipendi,pensioni e indennità,aumenta l’età pensionabile e l’Iva passa dal 16 al 18 per cento. La risposta a queste scelte, arriva, durante le regionali dove il Psoe,partito del presidente crolla e perde consensi anche nelle proprie roccaforti. Il 15 maggio a Puerta del Sol,nel centro della capitale,Madrid,nasce il movimento degli indignados,poi diffusosi in tutto il mondo,composto da giovani tra i 20 e i 35 anni e anziani oltre i 60 che criticano tutti i partiti diventati ormai rappresentanti delle banche.  Dopo aver siglato un patto col partito di Rajoy per modificare la Costituzione inserendo il pareggio di bilancio obbligatorio dal 2020, annuncia le elezioni anticipate con data fissata per il 20 novembre.
La Spagna il 20 novembre volta pagina,archivia una gestione non rosea che ha visto il declino di uno dei maggiori esponenti del socialismo europeo che a causa di politiche e scelte sbagliate “ha sacrificato la sua carriera politica per il Paese”.
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