Un fiume di soldi scorre come sangue, dalle nostre tasche a quelle del Vaticano, stato più ricco del mondo, con un bilancio in attivo di svariati miliardi di euro.Perchè mai noi, stato indebitato fino al collo, dobbiamo regalare a questi signori le nostre risorse ?Perchè mai dobbiamo versare a loro il frutto del NOSTRO lavoro ??
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Quello che non ho è una camicia bianca
quello che non ho è un segreto in banca
quello che non ho sono le tue pistole
per conquistarmi il cielo per guadagnarmi il sole.
Quello che non ho è di farla franca
quello che non ho è quel che non mi manca
quello che non ho sono le tue parole
per guadagnarmi il cielo per conquistarmi il sole.
Quello che non ho è un orologio avanti
per correre più in fretta e avervi più distanti
quello che non ho è un treno arrugginito
che mi riporti indietro da dove sono partito.
Quello che non ho sono i tuoi denti d’oro
quello che non ho è un pranzo di lavoro
quello che non ho è questa prateria
per correre più forte della malinconia.
Quello che non ho sono le mani in pasta
quello che non ho è un indirizzo in tasca
quello che non ho sei tu dalla mia parte
quello che non ho è di fregarti a carte.
Quello che non ho è una camicia bianca
quello che non ho è di farla franca
quello che non ho sono le sue pistole
per conquistarmi il cielo per guadagnarmi il sole.
Certo ci fu qualche tempesta anni d’amore alla follia. Mille volte tu dicesti basta mille volte io me ne andai via. Ed ogni mobile ricorda in questa stanza senza culla i lampi dei vecchi contrasti non c’era più una cosa giusta avevi perso il tuo calore ed io la febbre di conquista. Mio amore mio dolce meraviglioso amore dall’alba chiara finché il giorno muore ti amo ancora sai ti amo. So tutto delle tue magie e tu della mia intimità sapevo delle tue bugie tu delle mie tristi viltà. So che hai avuto degli amanti bisogna pur passare il tempo bisogna pur che il corpo esulti ma c’é voluto del talento per riuscire ad invecchiare senza diventare adulti.
Mio amore mio dolce mio meraviglioso amore dall’alba chiara finché il giorno muore ti amo ancora sai ti amo. Il tempo passa e ci scoraggia tormenti sulla nostra via ma dimmi c’é peggior insidia che amarsi con monotonia. Adesso piangi molto dopo io mi dispero con ritardo non abbiamo più misteri si lascia meno fare al caso scendiamo a patti con la terra però é la stessa dolce guerra. Mon amour mon doux, mon tendre, mon merveilleux amour de l’aube claire jusqu’à la fin du jour je t’aime encore, tu sais, je t’ame
Sono uscito di casa molto presto stanotte
per comprarti una stella, la più fresca e la più bella.
Mi hanno visto “coglione” e mi hanno chiesto un milione,
ma io un milione non ce l’ho!
Cavallucci marini ghiotti di marmellata
mi hanno dato una dritta: una nuvola usata.
Al mercato del Raro lì ci sta un nuvolaro,
Che io un milione non ce l’ho!
Nuvole,fagotti e vecchi stracci colorati
nuvole per chi,nuvole per voi.
Nuvole per chi ama senza un soldo nella tasca.
Nuvole per due nuvole per noi.
Nuvola,ho una nuvola,bianca nuvola per te.
Questa nuvola,caro,non consuma un bel niente,
nè benzina o metano serve solo un buon piano
che la gonfi di note e non le servono ruote,
che io un milione non ce l’ho!
Nuvole,fagotti,vecchi stracci colorati,
nuvole per chi, nuvole per voi.
Nuvole per chi ama senza un soldo nella tasca,
nuvole per due, nuvole per noi.
Nuvola,ho una nuvola,bianca nuvola per te.
Nuvole non hai bisogno solo della notte,
nuvole per chi,nuvole per voi.
Nuvole ubriache si rincorrono felici,
nuvole per due, nuvole per noi.
Nuvola,ho una nuvola,bianca nuvola per te!
Scivola nel cielo come fosse una cascata,
scivola la mia giornata.
Nuvola paziente che all’azzurro si strofina,
nuvola di una mattina.
Una splendida canzone di Giorgio Gaber, importantissimo cantautore e cabarettista italiano del novecento, a sfondo politico-satirico, colma di spunti di riflessione importanti e intuizioni chiare, evidenti di uno scontro tra destra e sinistra a volte generato da ideologie contrapposte, a volte generato dal pregiudizio infondato per lo schieramento opposto.
A Sora Rosa me ne vado via, ciò er core a pezzi pe’lla vergogna, de questa terra che nu mm’aiuta mai de questa gente che te sputa n’faccia, che nun’ha mai preso na farce in mano, che se distingue pe na cravatta. Me ne vojo annà da sto paese marcio, Che cià li bbuchi ar posto der cervello, che vò magnà dull’ossa de chi soffre, che pensa solo ar posto che po’ perde. Ciavemo forza e voja più de tutti Annamo là dove ce stanno i morti, anche se semo du ossa de prosciutti ce vedrà chi cià li occhioni sani che ce dirà: “venite giù all’inferno armeno ciavrete er foco pell’inverno”. Si ciai un core, tu me poi capì Si ciai n’amore, tu me poi seguì Che ce ne frega si nun contamo gnente Se semo sotto li calli della ggente. Sai che ti dico, io mo’ me butto ar fiume, così finisco de campà sta vita che a poco a poco m’ha ‘succato l’occhi più delle pene de stana immortale. Annamo via, tenemose pe’mano, c’è solo questo de vero pe’chi spera, che forse un giorno chi magna troppo adesso possa sputà le ossa che so’ sante.
Via del Campo c’è una graziosa gli occhi grandi color di foglia tutta notte sta sulla soglia vende a tutti la stessa rosa.
Via del Campo c’è una bambina con le labbra color rugiada gli occhi grigi come la strada nascon fiori dove cammina.
Via del Campo c’è una puttana gli occhi grandi color di foglia se di amarla ti vien la voglia basta prenderla per la mano
e ti sembra di andar lontano lei ti guarda con un sorriso non credevi che il paradiso fosse solo lì al primo piano.
Via del Campo ci va un illuso a pregarla di maritare a vederla salir le scale fino a quando il balcone ha chiuso.
Ama e ridi se amor risponde piangi forte se non ti sente dai diamanti non nasce niente dal letame nascono i fior dai diamanti non nasce niente dal letame nascono i fior.
Via del Campo Fabrizio De André in concerto – Arrangiamenti PFM vol2 è un album live di Fabrizio De André pubblicato nel 1979. Il disco è stato registrato durante alcuni concerti tenuti nel gennaio del 1979 insieme alla PFM
Ed avevo una terra sul mare, una zappa e una lenza,
il battesimo non mi servì, mi chiamavo obbedienza,
la mia sola risposta era SI,
Sissignore padrone eccellenza,
il mio unico Santo nel cielo santa Pazienza.
E quel pezzo di pane, che mi dava il padrone,
Normanno, Tedesco, Francese, Spagnolo e BORBONE,
lo condivo con 4 fagioli, con un mezzo bicchiere di vino
e dormivo con 11 figli e mia moglie vicino.
Ma quel conte, ragioniere a Torino,
mi disse un giorno, ti presento Peppino,
se ti vuoi riscattare davvero è arrivato il momento,
di passare alla storia, col Risorgimento.
Il Monumento, il Monumento,
a Garibaldi, per lunità.
E così spalancai, ogni porta e cancello,
al fratello dItalia, con le piume al cappello,
e il fratello divenne il mio boia,
ogni donna di casa una troia
per la legge che spoglia a GESU per vestire i Savoia.
E io figlio del SUD, fui chiamato brigante
E NESSUN Robin Hood mi salvò le mutande,
e baciato solo dal vento,
dal vapore di un bastimento
mamma America mi asciugò le ferite ed il pianto.
E dalla padella, del padre padrone,
finì nella brace, di Don Corleone,
ma la giacca dellemigrante da quel momento,
divenne un gessato, coi bottoni dargento.
Il monumento, il monumento,
per il padrino dellomertà.
E quando il paese mi vide tornare arricchito,
con i dollari in tasca e il brillocco sul dito,
fu un boato di felicità
è ritornato lo zio pascià
Sventolarono il tricolore dellUnità.
Ed avevano tutti la faccia di quel tricolore,
Verde di rabbia, bianca di fame e rossa damore,
ed avevano i figli lontano,
a Torino, a Treviso a Milano,
per sentirli chiamare terroni da un altro italiano.
Ma le campane dei sopravvissuti,
non suonarono più per quelli caduti,
E quel pezzo di terra sul mare cullato dal vento,
nascondeva un milione di martiri sotto il cemento,
il monumento, il monumento,
per quei caduti non ci sarà
E nel cemento le famiglie degli obbedienza,
seppellirono pure la zappa e la lenza,
e nella piazza dellUnità,
fra due politici quaquaraquà,
fecero il grande monumento alla libertà.
Ma sulla base del marmo eretto,
cera una frase scritta in dialetto,
QUANNO SIENTE CA FIJET CHIAGNE PECCHE’ VO MAGNA’
MO DALLE NU PIEZZ, E STA’ LIBERTA’