Archivio per ‘Diritti’

25 dicembre 2011

QUALE PAROLA RIASSUME IL 2011?

a cura di Mirko Boschetti

Anche quest’anno finisce. Cioè, sta per finire, ma possiamo già considerarlo concluso!
Le scuole hanno chiuso, le famiglie vanno in vacanza (?), le aziende chiudono per poi (speriamo) riaprire a Gennaio. E la Camera e il Senato si prenderanno 15 giorni di ferie.
Come l’anno scorso, anche quest’anno mi voglio divertire a decidere una parola che descriva questo 2011.
Inizialmente ho pensato a crisi. Ma non potrebbe essere: troppo scontato, inoltre ha rappresentato il 2008, il 2009, il 2010 e forse anche il 2012. Insomma: troppo ripetitivo!
Allora ho pensato a libertà. Questo è stato l’anno delle rivolte che sono state raffigurate nel volto del “protester” della copertina del Time. Esse hanno colpito il nord-africa, suscitando tra i giovani (e meno giovani) una voglia di libertà! Esse hanno colpito anche l’Europa e l’America. Eppure in Spagna (anche lei colpita dalle rivolte) i cittadini erano, e sono, (fortunatamente) liberi. Votano e inoltre non hanno una dittatura. Così come la Grecia o gli Stati Uniti.
Molti di questi ultimi manifestanti (che hanno preso il nome di “Occupiers”) ribattono che loro sono contro la dittatura dei mercati. Anche se io non paragonerei le loro proteste (che purtroppo spesso vengono represse dalla polizia), a quelle dei cittadini siriani che ricevono bombe e proiettili dalla polizia senza pudore!
Scartiamo anche libertà. Eppure esiste una parola che racchiuda sia libertà sia crisi. Una parola che può dire tutto a chiunque. Questa parola è futuro. Senza il futuro la società non avanza, ma retrocede. Senza futuro una persona adulta non farebbe neanche un figlio, per non poterli dare la sofferenza di nascere in un mondo (appunto) senza futuro. La crisi blocca il futuro di migliaia di persone. Mentre la libertà e le proteste possono far sperare alla gente che esista un futuro. Esiste e può esistere! E tutti i “protesters” scendono in piazza, spesso rischiando la vita (come in Libia o Siria), per costruire un futuro migliore!
Anche in Italia il “futuro” ha caratterizzato l’anno: dalle donne di “se non ora quando?” che hanno chiesto un futuro migliore per la condizione della donna, ai giovani studenti che “perdevano” un giorno di scuola per discutere del proprio futuro, dopo avere urlato per il proprio paese “se ci bloccano il futuro, noi blocchiamo la città!”.
Quindi è Futuro la parola che ho scelto per il 2011. Sperando che questo futuro non ci venga mai meno. Nonostante tutto.
Buone feste e felice “futuro”!

16 dicembre 2011

ADDIO WELFARE, BENVENUTA RECESSIONE

L’Incompatibilità dell’Economia di Mercato con lo Stato Sociale

a cura di Fabio Antonio Siena

In questa situazione di indebitamento nazionale sproporzionato in rapporto al reddito prodotto, di continui e indiscriminati tagli alla spesa pubblica e di concorrenza economica internazionale spietata, il problema fondamentale che emerge, secondo il mio non professionale parere, è immune ai provvedimenti attuati dai singoli Stati, compreso quello italiano, e non può essere risolto che con un più deciso intervento di tipo sovranazionale sulle determinate fattispecie non legate al mondo della finanza, ma che ad esso  oggi soccombono, tra le quali sicuramente la causa ambientalista, l’indebolimento ed asservimento della politica e l’uscita graduale di scena degli istituti caratterizzanti lo Stato Sociale.

Il nodo cruciale da sciogliere è proprio l’aggravio di un conflitto che, benché esistente da secoli, raggiunge, con il precipitare della crisi economica, una portata tale da poter compromettere e determinare l’andamento politico mondiale: è il conflitto tra le istanze etico sociali del Welfare e quelle fisiologicamente tendenti al solo profitto dell’Economia di Mercato. In Europa è con l’Unione Monetaria di Maastricht ch’esso esplode: questa poetica ‘libera circolazioni di merci e capitali’, giusta ed opportuna senza alcun dubbio, così solidamente costruita, se non accompagnata da una pari tutela sovranazionale del Welfare non può che avere pessime conseguenze, ovvero la supremazia di un circuito di valori su un altro.  Ciò a causa di una sopravvenuta impossibilità degli Stati di equilibrare e bilanciare interveti di tipo sociale a difesa delle famiglie e delle classi disagiate con interventi in difesa dell’economia interna.

Aumenti della spesa pubblica necessari per finanziare gli interventi dello Stato sul territorio si ripercuoterebbero sul Bilancio Pubblico generando Disavanzo, la cui crescita potrebbe essere rallentata con un aumento del livello delle imposte. Quest’aumento, però, non dovrebbe coinvolgere le classi destinatarie dei sussidi pubblici, che altrimenti vedrebbero rimanere pressoché invariato il loro potere d’acquisto, bensì dovrebbe colpire i capitali scudati, i grossi patrimoni finanziari, i beni di lusso. Da qui si ritorna alla concorrenza internazionale che, in una fase di libertà totale, quasi libertinaggio, degli imprenditori, prende il sopravvento sulla politica. Gli investitori esteri, infatti, in maniera automatica spostano le loro attenzioni verso contesti con il più basso livello delle imposte e con il più alto livello di flessibilità di salari e licenziamenti: aumentare il livello delle imposte significherebbe sbattere loro la porta in faccia, oltre che incentivare il fenomeno della ‘fuga di capitali’.

Gli sprechi storici, gli aumenti irresponsabili e non controbilanciati della Spesa Pubblica, il grosso ritardo nel cambio di rotta, nonostante i segnali di preavviso ci siano stati, si sommano alla problematica situazione di instabilità, già intrinseca a questo tipo di sistema, e Stati come l’Italia si ritrovano con le mani legate, legate da 1909 miliardi e da una pressione fiscale che raggiunge secondo le stime ufficiali il 45,5% del Pil, costretti a tagliare ogni incentivo e a tassare sregolatamente, pur non essendo questo un gran beneficio per  l’economia, in direzione del solo scopo di annullare il disavanzo e far arretrare il debito, mentre la crescita si azzera e diventa addirittura negativa e mentre la disoccupazione continua ad aumentare fino al 9% (previsto per il 2012) e la disoccupazione giovanile arriva al 29,3 %, assai maggiore di stati come Bulgaria, Polonia, Romania, Portogallo, Irlanda.

Siamo in Recessione, lo ha confermato Passera, lo confermano i dati. Tutto collassa rapidamente, tutto il sistema economico sembra volersi ripiegare su stesso. Il famoso stock di 600 miliardi previsti per risollevare la tragica situazione dal Fmi non arriveranno, avendo avuto il parere sfavorevole di Regno Unito e Usa, inoltre ieri per l’ennesima volta la Bce incitava  a un maggiore impegno in vista del “Pareggio di Bilancio”. Qualcuno davvero ci crede che l’Italia possa arrivarci nel 2013?

Cosa si farà? Bloccheranno la sanità? Aboliranno la scuola pubblica? Metteranno una tassa sull’aria? Legalizzeranno il licenziamento arbitrario? Evidentemente sono condizioni impossibili che necessitano di un intervento esterno, al di sopra degli squali che si contendono il futuro di intere civiltà, al di sopra degli interessi nazionali, perché questo sarebbe dovuto essere l’Europa: un organismo capace di intervenire su quei meccanismi irrazionali ed ingiusti del mercato, escludendo il Welfare dal circuito della concorrenza e fissando dei criteri più duri.

 

19 novembre 2011

DUE FIGLIE RUBATE DALLO STATO

Uso per una volta questo spazio per diffondere la protesta di un padre di famiglia, Saverio Sarcina, che è stato scippato di due figlie dal Tribunale dei Minori senza motivo alcuno. Questa è la documentazione che mi ha mandato. Non vi dico di giudicare, solo leggere e diffondere, grazie

 

Walter Impellizzeri

 

 

ATTO CAMERA

INTERROGAZIONE A RISPOSTA SCRITTA 4/13931

Dati di presentazione dell’atto

Legislatura: 16
Seduta di annuncio: 550 del 17/11/2011

Firmatari

Primo firmatario: BERNARDINI RITA
Gruppo: PARTITO DEMOCRATICO
Data firma: 17/11/2011

Elenco dei co-firmatari dell’atto
Nominativo co-firmatario Gruppo Data firma
BELTRANDI MARCO PARTITO DEMOCRATICO 17/11/2011
FARINA COSCIONI MARIA ANTONIETTA PARTITO DEMOCRATICO 17/11/2011
MECACCI MATTEO PARTITO DEMOCRATICO 17/11/2011
TURCO MAURIZIO PARTITO DEMOCRATICO 17/11/2011
ZAMPARUTTI ELISABETTA PARTITO DEMOCRATICO 17/11/2011
Destinatari

Ministero destinatario:

  • MINISTERO DELLA GIUSTIZIA
  • MINISTERO DEL LAVORO E DELLE POLITICHE SOCIALI

Attuale delegato a rispondere: MINISTERO DELLA GIUSTIZIA delegato in data 17/11/2011

Stato iter:

IN CORSO

Atto CameraInterrogazione a risposta scritta 4-13931

presentata da

RITA BERNARDINI
giovedì 17 novembre 2011, seduta n.550
BERNARDINI, BELTRANDI, FARINA COSCIONI, MECACCI, MAURIZIO TURCO e ZAMPARUTTI. -

Al Ministro della giustizia, al Ministro del lavoro e delle politiche sociali.

- Per sapere – premesso che:

su La Gazzetta del Mezzogiorno del 17 ottobre 2011 è apparso un articolo di G.L. intitolato «I genitori cercano un accordo – Bimbe contese: l’uomo aveva inscenato una protesta davanti al Tribunale per i minorenni», nel quale viene raccontata la drammatica vicenda di S.S. 33 anni, al quale sono state tolte le figlie e che proprio per questo da diversi mesi sta portando avanti una pacifica e civile protesta davanti al tribunale per i minori di Bari. La stessa notizia è stata ripresa dal Quotidiano di Bari e Provincia lo scorso primo novembre 2011 in un articolo scritto da Francesco De Martino e intitolato «Porterò la mia croce davanti a istituzioni e tribunali baresi – Continua la protesta, davanti al Tribunale per i minori di Bari, del commerciante all’ingrosso di Trinitapoli che rivuole le sue figliole»;

la vicenda narrata negli articoli sopra citati può essere riassunta nel modo che segue: a seguito di una nota trasmessa dai servizi sociali di Trinitapoli, con la quale si denunciava la condizione di presunto pregiudizio in cui vivrebbero le minori A e F. S., è stato promosso dalla procura della Repubblica presso il tribunale per i minorenni di Bari un procedimento sulla potestà, attesa l’incapacità della madre di prendersi cura delle figlie, e stante la presunta elevata conflittualità della donna con il padre delle due minori;

il tribunale per i minorenni di Bari, con provvedimento del 24 novembre 2010, disponeva quindi l’affido delle medesime minori, di appena due anni e mezzo, ai servizi sociali di Trinitapoli e le collocava, unitamente alla madre signora L.C. presso una struttura comunitaria idonea alla realizzazione di interventi volti al recupero psicofisico della madre (a causa di un gesto autolesionistico compiuto dalla medesima), stabilendo altresì che gli incontri delle minori con il padre dovessero avvenire in forma protetta a scopo di cautela;

dopo una serie di accertamenti, il tribunale per i minorenni di Bari, con provvedimento del 9 febbraio 2011, dopo aver affermato (testuale) che «Le minori hanno un ottimo rapporto con il padre e su questo non vi è dubbio», disponeva solo un percorso di deistituzionalizzazione della madre e delle bambine, prevedendo il loro graduale rientro a Trinitapoli da attuarsi entro e non oltre il mese di maggio 2011;

successivamente, e del tutto incomprensibilmente, lo stesso tribunale per i minorenni, con provvedimento del 20 aprile 2011, nonostante avesse precedentemente accertato l’ottimo rapporto delle minori con il padre, disponeva (testuale): «la sospensione dei rientri delle minori nella città di Trinitapoli»;

tale repentino cambiamento di indirizzo da parte del tribunale per i minorenni di Bari e, quindi, la decisione di sospendere il rientro delle minori a casa, veniva motivato dall’autorità giudiziaria sulla base di una richiesta della madre di anticipare il rientro a casa delle minori ed anche, incredibile a dirsi, sulla base di una civilissima e pacifica protesta attuata, davanti alla sede del tribunale, dal padre delle due minori al fine di rivendicare il proprio diritto alla genitorialità. Ed invero nel citato provvedimento del 20 aprile 2011 adottato dal tribunale per i minorenni di Bari è dato leggere quanto segue: «(…) considerato che il successivo giorno 4 aprile la Sig.ra C.L. …inviava un fax al tribunale nel quale chiedeva di poter anticipare il rientro a casa… e considerato che nella stessa giornata S.S. inscenava innanzi al Tribunale per i Minorenni una manifestazione di protesta consistente nell’esposizione di un tabellone appeso alla recinzione apposta di fronte al Tribunale, nelle esposizione di due cartelli da lui indossati e nella distribuzione ai passanti di volantini, oltre che nella spiegazione ai passanti dei fatti, a mezzo megafono, lamentando l’allontanamento delle figlie da Trinitapoli e il loro collocamento in comunità (…)»;

inoltre, con successivo provvedimento del 1o giugno 2011, il tribunale per i minorenni di Bari ordinava addirittura l’immediata sospensione degli incontri del padre con le minori (provvedimento poi tempestivamente impugnato dagli avvocati dell’interessato);

in considerazione della gravità di quanto stava accadendo e, soprattutto, nell’interesse delle due minori, i legali di fiducia del padre e della madre delle bambine depositavano congiuntamente, in data 10 ottobre 2011, una istanza di affido condiviso rendendo sostanzialmente vano l’argomento del presunto – e mai provato – stato di litigiosità fra i genitori delle piccole A. e F. utilizzato dalle istituzioni per addivenire ai provvedimenti innanzi richiamati;

il tribunale per i minorenni di Bari respingeva l’istanza di affido condiviso rinviando ogni decisione in merito all’esito del deposito dell’elaborato peritale;

con successiva istanza d’urgenza del 20 ottobre 2011, sempre a firma congiunta dei legali del padre e della madre delle minori, le richieste di affido condiviso delle bambine venivano reiterate atteso lo stato di salute delle piccole A. e F. e stante il fatto che ormai le minori non potevano essere ulteriormente collocate presso la struttura che le ospita unitamente alla loro madre;

il tribunale per i minorenni di Bari, rigettava nuovamente l’istanza rinviando ogni decisione in merito all’esito del deposito dell’elaborato peritale;

nella presente vicenda non vi è mai stato alcun provvedimento di decadenza della potestà genitoriale nei confronti dei due genitori e tanto meno del signor S.S. il quale si è sempre preso cura delle minori ed è economicamente in grado di sostenere le stesse, essendo titolare di una azienda agricola e disponendo di una abitazione in grado di ospitare entrambe le figlie;

l’articolo 1 della legge n. 184 del 1983 dà priorità all’esigenza del minore di crescere all’interno della famiglia naturale, così valorizzando il legame naturale del figlio con la famiglia d’origine. Il rilievo del legame di sangue è tanto forte da importare che la crescita del minore in seno alla famiglia naturale può essere sacrificata solo a fronte di una oggettiva situazione di mancanza di cure materiali e morali da parte dei genitori e dei prossimi congiunti, che possa gravemente pregiudicare lo sviluppo e l’equilibrio psico-fisico del minore (Corte di Cassazione Sezione I civile, 14 aprile 2006, n. 8877);

in nessuno dei decreti emessi dal tribunale dei minori di Bari si ravvisa tale «oggettiva situazione di mancanza di cure materiali e morali da parte dei genitori delle minori»; il che fa sorgere il fondato sospetto che i provvedimenti finora assunti dall’autorità giudiziaria siano stati in qualche misura indotti o comunque condizionati dalla protesta pacifica del signor S.S.;

ad avviso degli interroganti, tutto ciò rappresenta un danno per le due bambine che, anche in caso di separazione dei genitori, hanno tutto il diritto di mantenere, se non la famiglia, almeno relazioni positive con ciascun genitore, onde prevenire sofferenze psicologiche e danni allo sviluppo della loro personalità;

peraltro il mantenimento delle due minori in comunità, ancorché immotivato, costituisce un aggravio di costi per gli enti pubblici locali, stimabile in almeno 8.000,00 euro mensili;

sarebbe opportuno appurare:

a) se siano stati garantiti nei confronti delle due minori citate la tutela dell’incolumità fisica e psicologica e l’ascolto delle loro ragioni, ed in generale i diritti garantiti dalla Convenzione di New York sui diritti del fanciullo, e se ci siano eventuali ragioni amministrative che impediscano la loro permanenza nel contesto familiare in cui sono cresciute;

b) se le minori siano state adeguatamente tutelate nel loro diritto di continuare a godere dell’affetto di entrambi i loro genitori che rappresentavano il loro unico punto di riferimento -:

se il Ministro della giustizia non ritenga opportuno assumere, nell’ambito delle proprie competenze, iniziative, con riferimento a quanto descritto in premessa, al fine di verificare l’eventuale sussistenza di presupposti idonei a promuovere un’azione disciplinare;

se il Governo non ritenga necessario verificare quanti siano all’anno i collocamenti in casa famiglia o in comunità disposti dal tribunale dei minori di Bari nei casi in cui esista un genitore idoneo che abbia un forte legame affettivo con il figlio e se disponga di elementi in ordine all’importo annuale delle spese relative ai collocamenti in comunità o case famiglia disposti dal tribunale dei minori di Bari, considerando che il costo per lo Stato in media varia dai 70 ai 300 euro al giorno per ciascun minore.(4-13931)

6 novembre 2011

Mare Nostrum: la dignità degli ultimi.

a cura di Simone Spinale

Giro, giro tondo, casca il mondo, casca la terra, tutti giù per terra!”

Gli occhi dei bambini sono certamente gli occhi più giusti per guardare in modo critico e allo stesso tempo semplice ciò che l’informazione ci porta a conoscenza bussando nella casa di tutti. I bambini inoltre hanno un’immaginazione e una fantasia che rivoluzionano costantemente, ad ogni domanda che fanno, la visione di molti aspetti del mondo. William Blake diceva: “L’immaginazione non è uno stato mentale: è l’esistenza umana stessa” e credo che quest’aspetto mentale si ripercuota nelle vicissitudini dell’uomo in innumerevoli situazioni. Ogni bambino ha il seme dell’esistenza umana, ha il cuore delle virtù e dei difetti umani e come tale può dare uno sguardo nuovo a tutto ciò che apprende e assorbe dall’ambiente. Per ricostruire le “regole” del nostro andare verso il futuro come comunità umana senza gli steccati geopolitici, dovremmo apprendere molto di più dalla nostra origine, dalle nostre ataviche basi di crescita come popolazione. I popoli hanno sempre rivalutato, come un bambino fa nei suoi stadi di crescita con il proprio mondo circostante, le condizioni che li governano e li conducono ad essere una società.

Il bisogno di esprimere il disagio per ciò che è stato imposto da poteri estranei alle sorti e alla crescita intellettuale di un popolo ha sempre prevalso sopra le economie, anche quelle più spregiudicate in cui ci si costruiva una gabbia d’oro di certezze e forze sociali utili come argini per allontanare gli straripamenti delle disuguaglianze diffuse. La storia dell’uomo ha attraversato numerose lente fasi di sofferta conquista dei diritti democratici estesi a tutti i cittadini, senza differenze di sesso, di censo, di religione, di razza, di nazionalità con un conseguente abbattimento delle società di antico regime.
Le ultime lotte che in questi due anni abbiamo visto hanno un’incredibile velocità nel susseguirsi e nell’incastro di motivazioni e reazioni frastagliate e poco chiare nei contorni. Un bambino chiederebbe innocentemente “Perché urlano quegli uomini lì?” oppure “Ma i bambini della tv vanno a scuola?” o ancora più atroce sarebbe la semplice domanda “Perché quegli uomini sparano?” E le risposte semplici e dirette che i bambini richiedono non si trovano con facilità perché non ci sono realtà nette e chiare agli occhi del mondo. Se si pensa alla sola cruda bellezza della figura retorica “rivoluzione dei gelsomini” si può avvertire la maschera per una lacerante lotta che un popolo e poi un intero spazio geografico ha avviato per riappropriarsi della dimensione uomo. Tra quelle terre africane affacciate al Mediterraneo il fermento della ribellione ai soprusi ha conquistato i social network, ha creato una nuova coscienza tra gli esclusi alla dignità, ha ispirato la libertà di esserci, di dare forma alla propria vita come un canto di libertà:

Voglio essere libero nei miei movimenti, nelle mie espressioni

voglio essere libero senza aver paura

perché se mi dai la mia libertà

ritroverò il mio valore e il mio onore

(Canto di Libertà tunisino: Bisogno d’Espressione)

dando pertanto il via alla cosiddetta Primavera Araba, partita dal suicidio di Mohamed Bouazizi, ambulante a cui fu sequestrata la propria merce da parte delle autorità. Il commerciante dopo varie proteste inascoltate e preso dalla disperazione si dette fuoco.

E nella realtà generale si accese la disperazione e la ribellione all’ingiustizia sociale dilagante. E come i Gelsomini, piante rampicanti resistenti al gelo e utilizzate per coprire e scavalcare muri e recinzioni, la popolazione iniziò a dare il via all’espressione più antica del mondo, all’espressione umana più atavica che ci sia: la voglia di liberarsi dall’oppressione.

Ma lo Jasminum è un genere molto diffuso e diversificato tanto che la crescita e lo sviluppo furono dilaganti lungo tutto il bacino sud del Mare Nostrum. Lo scirocco sparpagliò i petali della libertà creando evoluzioni ed esplosioni “primaverili” di dignità che tutt’oggi ancora vediamo fiorire.

E dall’altra parte del mare l’occidentale democrazia a cui il sud tanto tendeva e rincorreva come viveva i tempi? La sana costituzione delle democrazie occidentali così tanto sventolate aveva saldo il benessere per così tanto conservato?

Pochi sanno che lo Jasminum ha una cultivar cosiddetta “di Spagna” adatta a climi miti…democratici e rigogliosi. Rampicante e sempre determinata investì così anche le democratiche nazioni del bacino nord. Qualche rametto di tipologia diversa da quella primaverile araba s’innestò tra le beghe e i soprusi economici e sociali della Spagna e nel mese primaverile di maggio ebbe un inizio. Il sentimento istintivo si risvegliò dal lungo letargo e si diffuse tra le piazze. Si diffuse nel modo diverso, nel modo cosiddetto “educato” dell’espressione non violenta ma determinata nel dire BASTA! E l’uomo ritrovò un altro gesto a lui conosciuto, conservato nel suo dna, il nomadismo o meglio il seminomadismo creando delle oasi di civiltà nelle piazze e risiedendo lì fino all’arrivo del cambiamento voluto. E come i pastori arabi l’insediamento delle tende o di capanne alla meglio costruite per le zone comuni fu ed è tuttora l’espressione più chiara e possente del ritorno alla democrazia vissuta in prima persona. Un bambino potrebbe chiedere incuriosito cos’è la democrazia e dato che i concetti più semplici si spiegano con il solo significato etimologico delle parole Democrazia è il “governo del popolo”. La Democrazia è idealmente quel girotondo o quella forma di Stato in cui la sovranità appartiene al popolo. Questa “idea circolare” è molto semplice: non si è servi né sudditi di un tiranno che comanda, bensì cittadini in quanto protagonisti attivi della vita politica.

Ma a volte il concetto di democrazia ammorba in concetti di dirigenza politica corrotta e corruttrice del sistema e di deviazione del concetto primario di bene comune. La conseguente pressione sociale che si crea trasforma il girotondo in un dissenso che prende forma nelle modalità in cui il popolo decide, come se nel suo dna collettivo avesse un’etica comportamentale che si desta nella criticità dei momenti vissuti.

Così il bacino nord del Mare Nostrum con tutte le sue nazioni di democrazia decantata per riprendersi una dignità sociale avanguardista sceglie il simbolo per eccellenza dell’ancestrale nomadismo presente nelle memorie dell’uomo: la tenda o forse sarebbe meglio chiamarla capanna, concetto che porta con sé il significato del nucleo e degli spazi ridotti al minimo. In questo risparmio si concentrano tutto il cielo e tutta la terra, si evolve la concezione del condividere e del coabitare sullo stesso suolo, sotto lo stesso cielo. La precarietà della sua stabilità come dimora e della sua mobilità come luogo viaggiante in cui riposare crea, in chi la utilizza come rappresentazione, un non luogo in cui guardare invece tutti i luoghi della terra. Non ha importanza che sia posta su un prato vicino a una chiesa o vicino al guado di un fiume nella natura o per di più al centro di una piazza affollata perché chiudendo quella cerniera ci si ritrova dentro un guscio con cui guardare fuori e cercare un fuori diverso, una prospettiva diversa del fuori. Il concetto della capanna è un concetto pratico perché si abita in un luogo in cui non ci si può abitare. è una sfida reale alle regole conformistiche che ogni uomo crea per regolare i giorni della sua vita. Anche questo è un pensiero primitivo perché gli antenati già cercavano nell’essere nomadi un luogo dove ripararsi per la notte.
Ecco proprio la notte stessa, il buio può essere portatore di una scenografia da incastonare nell’azione della capanna. Bisogna dare luce alla notte, ingrandire il senso della notte in contrasto con la luce interna raccolta tipica di una capanna dopo il tramonto. Forse se la tenda la si guarda nella notte, anche nel suo essere inanimato e immobile, si vede oltre quella stoffa impermeabile perché si vede il ritorno al nucleo primario che una generazione vuole ritrovare per potere poi uscire da quel riparo e capire come può evolvere un nuovo concetto di un domani proiettato al futuro. L’incespicare dell’organizzazione ha un ruolo perché pone davanti a chi vuole trovare strade nuove un obbligo a capire quale metodo utilizzare per risolvere nella realtà ciò che è fuori dal guscio. Anche lo slogan più volte ribadito ha un suono che ripercuote le mie parole incasellate di sopra: “Noi andiamo piano perché vogliamo andare lontano”.

E tutta questa forma di rappresentazione dello stato umano lo si potrebbe definire come il recupero della Dignità in un labirinto di contraddizioni che la nostra emancipata, burocratica e democratica società ci ha posto davanti come generazione.

Questi molteplici labirinti lontani dal mondo della nostra origine non sono spiegabili alle già nate nuove generazioni ai primi anni di vita. E noi dovremmo avere sempre una riposta pronta da poterci dare come spiegazione. Come potremmo mai rispondere alla fanciullesca domanda “Perché quelli lì dormono nelle tende? La loro casa è così brutta?”

E invece ciò che dobbiamo constatare sono tutti questi modi della politica di svolgere, di accomunare, di richiamare il popolo ad uno stato perenne di emergenza. Ma l’emergenza dell’ordinarietà è una finzione teatrale posta per non raccontare l’inadeguatezza e l’impreparazione di una classe dirigente che si avvia ad essere lo specchio degli azionisti di maggioranza di una finanza non regolamentata a dimensione uomo.

Ma bisogna chiedersi per poter rispondere a chi verrà dopo il “noi tutto” che cos’è la Dignità se non riappropriarsi della dimensione uomo.

Forse ci possono soccorrere le semplici parole fiduciose dell’articolo 1 della Dichiarazione Universale dei Diritti dell’Uomo approvata dall’assemblea delle Nazioni Unite nel 1948:

Tutti gli esseri umani nascono liberi e uguali in dignità e diritti. Sono dotati di ragione e di coscienza e devono agire in uno spirito di fraternità vicendevole.”

 E allora vorrei iniziare a guardare il mondo con le prospettive di un bambino, da ciò che è l’avvio della propria indipendenza. Vorrei iniziare da quello stato mentale dove ogni individuo pone le domande. Vorrei immaginare un futuro…

Dedicato a A. B., il mio alfabeto…

6 novembre 2011

Schiavi, rampolli, kapò e figli di mammà

a cura di Shirin Chehayed

Se nel lavorare si tenesse conto delle reali necessità dell’uomo, delle attitudini di ognuno e delle questioni biologiche naturali, i prodotti di cui ci troveremmo a fruire sarebbero sicuramente più sani, e probabilmente lo stress non sarebbe il male, da cui hanno origine le principali malattie. Il mondo del lavoro sta vivendo una profonda crisi, in quanto fonda le proprie regole, sulle perversioni mentali di pochi individui, che vivono in una dimensione tecnicistica. La perversione mentale, dai rampolli figli di papà, è diventata la regola comune della società dei consumi. Il rampollo è colui che, senza aver fatto sforzi per guadagnarsi la dignità di essere chiamato uomo, si è trovato a vivere una vita di potere e benessere. La profonda certezza, che ne regola pensieri e azioni, è quella di sapere che otterrà ciò che vuole. Il cuore di queste persone non conosce il conflitto d’interessi, per cui acquisiscono in tenera età la facoltà di scegliere con agilità e farsi largo. La gran parte di questa specie si è trovata con la pappa pronta, ma si vanta apertamente delle proprie conquiste, come se saper ingurgitare qualcosa fosse il risultato sofferto dell’applicazione di una virtù sconosciuta. Comunemente viene anche definitouomo d’affari, ovvero un essere umano in grado di anteporre gli affari, alla natura della sua specie. Sicuramente nascere in una famiglia in cui vengono insegnate e imposte determinate regole, non deve essere facile, ma a pari rigidità, ritengo più svantaggioso nascere in una famiglia in cui, oltre alla fame interiore, si è costretti a vivere anche la fame materiale.

In rari casi i rampolli possono essere dei figli di nessuno, dalle umili origini; sta di fatto, che quando si trovano a scalare la vetta della carriera, adotteranno il modus operandi dell’uomo destinato agli affari, che per raggiungere il proprio obiettivo non può guardare in faccia niente e nessuno. Solitamente queste persone rispetto a quelle di origini altolocate non riescono a nascondere la violenza di cui sono pregni, dedicando molto del loro tempo nello svolgere la mansione del kapò meglio di chiunque altro. La cieca ambizione li renderà i favoriti dei non più giovani rampolli, che affideranno loro le azioni più scottanti. La mancanza d’umane attenzioni, materiali e spirituali, li rende operativamente più sadici, rispetto a chi ha conosciuto una qualche forma d’amore, e il pudore di cui mancano li renderà ben visibili a chi detiene il potere ed è deciso a mantenerlo.

Esistono anche i rampolli figli di mammà, che sono quelle persone di origini modeste, la cui famiglia, per curarli, nutrirli e istruirli a dovere, ha fatto diversi sacrifici. Generalmente si omologano con estrema facilità, alle regole sociali imposte dai potenti. I loro obiettivi solitamente sono abbastanza genuini, ma l’eccessivo amore femminile li ha resi sensibili alle difficoltà del vivere, indebolendoli nella grinta. Quando intraprendono una carriera lavorativa non hanno l’ambizione di arrivare chissà dove, ma per mantenere una posizione sociale di decoro materiale e prestigio sociale, sono disposti ad abbassare la testa e a ingoiare rospi. Sono insofferenti verso gli slanci d’ego degli altri rampolli, ma difficilmente riescono a mantenere alta la loro dignità portando avanti delle costanti battaglie. Per tutta la vita s’insinua in loro un’inspiegabile irrequietezza, che si manifesta anche quando raggiungono quella felicità da mulino bianco, per cui lottano senza fare troppo rumore.

Ciò che accomuna tutti i rampolli è il delirio d’onnipotenza, che li spinge a far partire le loro scelte dalla pancia, pur di ottenere ciò che desiderano. La fame e la rigidità mentale si trasformano facilmente in ingordigia, che diventa il filo conduttore delle loro azioni. E’ costante la necessità di mantenere la propria posizione o salire di grado, e le facoltà intellettive vengono sottomesse al bisogno di potere. Se non dovessero raggiungere i propri intenti, potranno sempre scaricare la colpa su qualcosa o qualcuno, se invece le circostanze saranno favorevoli e riusciranno a raggiungere l’obiettivo, avranno sempre il merito dell’impresa, la cui ideazione progettuale ed esecuzione operativa, spesso viene affidata ad altri. Nelle mission impossible che intraprendono, il prezzo, lo fanno pagare ai sottoposti, che a loro volta lo faranno pagare a quelli che stanno al di sotto, fino ad arrivare agli schiavi che eseguiranno senza proferire parola, nella speranza che prima o poi qualcuno in alto si accorga della loro umiltà.

Negli ultimi anni la professione del project manager  è molto in voga. Può essere applicata nei settori più disparati, ma alcune costanti, come ad esempio l’inventarsi soluzioni strampalate per risparmiare sulle risorse umane, si possono riscontrare ovunque. Questa dicitura è molto fashion e nel mondo dellafuffa può essere adottata nei modi più disparati, a seconda del potere che si possiede, in quanto la creatività non manca mai ai grandi e piccoli registi, che da dietro le quinte spettacolarizzano qualunque cosa possa tornare utile. Chi non si fa domande dovrà pure pensare a qualcosa, e realizzarsi realizzando cazzate con cui arricchirsiè indispensabile per mantenere in vita questo sistema di pensiero, in cui si può essere schiavi d’altri uomini, oppure schiavi del proprio ego

3 ottobre 2011

“Vorrei essere libero, libero come un uomo”: diario di bordo dell’Italia.

a cura di Simone Spinale


E’ proprio il caso di dire che il mondo reale è in movimento e lo fa partendo dal luogo più irreale possibile: il web. La vera lotta all’ultima informazione risiede ormai lì, il futuro ormai è in quel non luogo e comanda le azioni del mondo delle zattere. Perché proprio la sensazione che si avverte negli spazi comuni e negli occhi che s’incrociano lungo le strade è quello di essere superstiti e di soffrire della sindrome de “La zattera della Medusa”, quadro di T. Gericault in cui si rappresentano gli eventi successivi al naufragio della fregata francese Meduse avvenuto il 5 luglio 1816. Centoquarantasette disperati cercano la salvezza su una zattera che viene abbandonata in mare con pochissimi viveri. Per dodici giorni i superstiti si dilaniano, si uccidono, si cibano gli uni degli altri.

All’alba del 17 luglio, ne vengono tratti in salvo appena quindici, sopravvissuti a quella terribile carneficina originata dalla disorganizzazione, dall’insipienza dei comandanti e alimentata dalla folle disperazione dei naufraghi.

La zattera condusse i sopravvissuti alle frontiere dell’esperienza umana. Impazziti, assetati e affamati, scannarono gli ammutinati, mangiarono i loro compagni morti e uccisero i più deboli” (J. Miles, La zattera della Medusa, p. 169).

Ciò che oggi si tocca ormai con mano ha molte analogie con la narrazione e l’iconografia di questo dramma. Partendo da stupide coincidenze numeriche il 17 luglio è la data del 2011 che sancisce, con l’entrata in vigore della prima manovra quadriennale (2011-2014) da 87,7 miliardi varata in fretta e furia per contrastare l’effetto domino del default di mezza Europa, la presenza reale del pericolo dell’affondamento della nave Italia. Ma ciò che pone al centro delle analogie che trovo tra il vissuto dei nostri ultimi giorni e il quadro è la mancanza volontaria di un eroe, sostituito invece da persone comuni, e il quadro stesso non presenta alcun movente oltre che la pura sopravvivenza degli stessi. Così oggi appare l’Italia!

La sollevazione o forse meglio dire l’ammutinamento del comandante è evidente perché lo scollamento della credibilità dal detto al fatto verso il proprio equipaggio è supportato da continui scandali di ogni natura che evidenziano più una gestione della res humana che una della res publica. E allora l’equipaggio/la gente comune cerca di reagire e di movimentare dapprima la propria coscienza e poi le piazze, i luoghi pubblici, i non luoghi affollati come i social network. Cerca innanzitutto di trovare il simile, di capire se la situazione vissuta in prima persona non è poi così speciale ma è invece comune, rovinosamente comune. La disperazione delle nuove generazioni allora esplode in voglia di esserci, di non farsi rubare la possibilità di sperimentare la loro creatività nell’invenzione del futuro. Nell’humus e nell’umore della ciurma c’è il desiderio di non stare più solo a guardare coloro che ci ha portato al naufragio scegliere chi sale in barca così salvandosi e chi in zattera con le conseguenti disastrose previsioni di vita.

Nascono di conseguenza movimenti che risvegliano tutto il bacino del Mediterraneo scavalcando i continenti e le particolarità delle nazioni. La sete di giustizia sociale e di equità nella ridistribuzione dei sacrifici e delle ricchezze comuni ha il sapore di quei dodici giorni, ha l’amara speranza e la cocente rabbia di poter dire NO alla sottrazione della dignità umana. L’Italia non si sottrae a questo e cerca di sfrondare tutte le sovrastrutture che hanno fatto da covo per il malaffare, per l’interesse personale, per l’oscuramento delle procedure di distribuzione delle ricchezze prodotte. Quest’azione simultaneamente avvertita e sviluppata dalla gente comune non ha avuto volontariamente riscontro finora nel flusso dell’informazione nazionale se non sporadicamente ma allo stesso tempo è stata fortemente percepita dal settore in pericolo ovvero la politica.

E allora questi comandanti decaduti per darsi una nuova immagine cercano di mostrare la zattera come una nave ammiraglia che può solcare i mari più turbolenti e uscire vittoriosa nell’approdo nella terra promessa della salvezza. In questo frangente nasce l’idea di cavalcare l’onda dei movimenti creandone ad hoc e mascherandoli di attivismo della società civile, affiancandoli ad altri che di contro hanno come propulsore il vero e  reale attivismo della società, libera di politicanti ma piena di persone che vogliono fare politica (nel senso più etimologico del termine: amministrazione della cosa pubblica).

I primi suddetti movimenti subdoli etichettano un evento per politico ma apartitico quando nella realtà più profonda e organizzativa è prima di tutto partitico e politicamente di parte! Ciò che si deve sottolineare è il metodo di comunicazione o l’utilizzo del metodo stesso che si basa sull’offuscamento del progetto reale. Vengono così volontariamente usate leve di attenzione per la popolazione che potrebbe avvicinarsi all’evento, in modo tale da creare movimenti “settoriali” in cui l’eventuale partecipante si sente accomunato dal disagio o dalla condizione degli altri lì presenti. Ciò ha il fine di creare una confluenza spontanea di persone unite dallo stesso contenuto di lotta ma capeggiati da leader partitici o da “manovalanza” partitica che ha il compito di forzare lo stato d’animo della massa e conseguentemente il sentimento di rifiuto dei momentanei fautori delle decisioni governative. Il problema diventa così leva per sollevare le folle ed aumentare i consensi per gli organizzatori. Il problema è ora una questione da maneggiare ma non da risolvere. Ciò che di base ha mosso il settore a manifestare è solo un pretesto per avere nelle prime file un riflettore in più acceso per trasmettere in tv un segnale solo propagandistico e poco risolutivo del problema posto in piazza. Se tale azione viene ripetuta nei mesi e con movimenti poco chiari che hanno il tempo di iniziare, illuminare, creare e finire nel tempo di una manifestazione ciò che si produce è un’affiliazione involontaria che nella realtà disorienta chi crede nell’azione della società civile e pone il discredito in quelli che realmente invece si battono per fare pulizia. Questo è lo scopo finale e reale della politica che ora sta nel palazzo, della politica che ha paura che la società si svegli realmente e capisca chi realmente non va bene in questo paese. Intanto la zattera inizia a perdere pezzi, l’equipaggio muore, così come muoiono aziende che facevano da tessuto sociale e che creavano le corde per tenere legati insieme i pezzi della società. Ogni sorta di cannibalismo per la sopravvivenza ora è tollerato e il pesce più grande mangia sempre quello più piccolo. La ciurma avverte il sale dell’acqua sulla pelle e sta a guardare il cielo nelle notti più chiare per trovare l’ispirazione giusta, l’intuizione che possa portare alla salvezza ogni comparto, ogni famiglia, ogni lavoro, ogni voglia di partecipazione e di collaborazione che fanno si che uno Stato prima di tutto sia una società, un’unione di più persone per un obiettivo comune.

In questo mare aperto di profondità ancora non perlustrate la vera e unica attuale speranza dunque risiede in quei veri movimenti popolari che vogliono solo partecipare alla salvaguardia degli aspetti sociali di questa repubblica forse già numero 3. Questo nuovo senso civico che pervade le piazze d’Italia e pulsa nella ribellione all’insicurezza collettiva, all’individualismo e al profitto senza scrupoli sociali, alla speculazione di ogni sorta.

In questo contesto di nuovo protagonismo per il bene comune e senza nessuna sorta di leader nasce il movimento degli Indignados spagnoli, che si diffonde in tutta Europa, muta nelle contraddizioni di ogni nazione in cui attecchisce e si sviluppa con tempi e volontà diverse. Come dice la parola stessa movimento è un qualcosa che si muove, che si trasforma e si plasma in base a ciò che sono le esigenze di quella nazione. I bisogni, i rimedi, i giudizi e le idee sono del popolo che li vive. Nessuno può imporre direttive che non possano esprimere ciò che deve essere messo in risalto per essere risolto. Tutto ciò che attanaglia uno Stato è un dolore che si ripercuote su ogni cittadino e come tale ogni cittadino deve avere la possibilità di contribuire per trovare la soluzione.

Questa speranza fa sempre più passi verso atti concreti di cambiamento e risveglio delle coscienze che si sviluppano nel concreto in assemblee e riunioni permanenti: “L’accampata è un modo per dire che viviamo una situazione tremenda dal punto di vista del precariato. Che non è solo dal punto di vista economico ma anche esistenziale. Scendere in piazza con le tende significa dire “no” agli affitti cari, al lavoro che non c’è e a quello che quando c’è e all’insegna dello sfruttamento. Le tende sono il simbolo del precariato di oggi.” (Chiara, un indignata presente il 10 Settembre 2011, a Piazza San Giovanni a Roma).

La libertà non è star sopra un albero, non è neanche il volo di un moscone, la libertà non è uno spazio libero, libertà è partecipazione.” (G. Gaber in La libertà è partecipazione)

 Salta sulla scialuppa di salvataggio: 15 Ottobre 2011 – Giornata Internazionale dell’Indignazione. Roma, Piazza della Repubblica.

20 agosto 2011

70 + 45 miliardi di euro: o la Borsa o la Vita…

a cura di Simone Spinale

In arte l’economia è sempre bellezza”: l’aforisma di Henry James che mi è venuto in mente proprio quando, navigando in rete alla ricerca di notizie sulle ultime azioni politiche sull’economia reale, mi sono ritrovato davanti la fotografia dell’opera L.O.V.E. (il dito) di Maurizio Cattelan e la posizione adeguatamente trovata in Piazza Affari a Milano. Un’opera provocatrice, come il suo creatore, di forte impatto visivo. Forse contestualmente dato dal luogo scelto davanti l’entrata principale della Borsa di Milano, forse perché in un luogo dove si gioca alla Borsa e si gioca, eufemisticamente parlando, con la vita di uno Stato ma rimane il fatto che coloro che si ritrovano lì non si aspettano affatto di trovare una provocazione tanto ardua.

Il dio denaro per una volta non viene venerato nel proprio tempio!

E proprio quella scena così fuori le righe illumina di novità la mia visione su ciò che sta accadendo sulla nostra pelle così abbronzata e liberata dai tempi dell’estate. Ma questa non è un’estate qualunque di un anno qualunque per tutti gli uomini e le donne che si ritrovano a non capire ciò che il Belpaese ebbe a raccontarci fino a qualche anno fa sulla grandezza e imponenza del nostro Paese nel contesto internazionale per storia, paesaggio e presenza tra i 7 paesi più industrializzati del mondo. Ora è solo un racconto lontano dalla realtà quotidiana fatta di conti che non tornano e di misure aggiuntive e revisioni del bilancio. Concetti che ci imboccano come se fossero discorsi di pubblica utilità perché denunciano un problema grave che ci coinvolge tutti volontariamente o involontariamente che sia, ma che nella realtà denunciano prima di tutto l’inefficacia evidente dell’azione politica. La politica è invece, se presa nel suo concetto originario, il fulcro della gestione della cosa pubblica, della fruizione dei beni comuni per ogni singolo cittadino senza distinzione di sesso, ceto sociale e religione. Deve essere la gestione equa della divisione di ciò che la collaborazione economica di un paese produce per i suoi abitanti. Tutto ciò adesso è chiaramente un racconto, una favola perché le disparità economiche e la lotta sotterranea a detenere il potere per poterlo poi utilizzare a proprio piacimento è quasi respirabile tra le persone.

Allora è giusto chiedersi cosa hanno in comune con la vita quotidiana di ogni singolo cittadino europeo, se non anche di ogni cittadino extraeuropeo, alcune parole che ci vengono bombardate fin dentro casa, fin dentro i nostri momenti di relax accendendo la tv o navigando nella rete. Mi torna alla mente una celeberrima scena di Palombella Rossa in cui Nanni Moretti sottolineava l’importanza delle parole e l’uso o abuso che si dava ai concetti. Allora forse trend negativo, default, Borsa, valori indicizzati, doppia recessione, BCE, misure aggiuntive, manovra di bilancio sono parole che nulla ci dicono se non quanto siamo impreparati a fronteggiare il castello di carte del regno del Paese delle Meraviglie. Cosa ci dice che default programmato non sia nella realtà una bancarotta “selezionata” per non ammettere che chi ha potuto decidere non ha deciso con il rigore dovuto per chi sceglie di stare in un ruolo così prestigioso? La preparazione economica, diplomatica, sociologica e mi prolungo fino a dire politica non è una preparazione che nasce improvvisandosi politici o governanti. In questo senso la classe politica era sinonimo di classe dirigente. Aveva il ruolo di dirigere una nazione verso il bene comune, verso le scelte comuni più adeguate ai cittadini e allo sviluppo prospettivistico dei beni e delle risorse della nazione. Oggi invece cosa troviamo quando andiamo ad ascoltare le notizie del giorno? Troviamo azioni lontane dal quotidiano. “Bruciati 122 miliardi di euro… le Borse Europee sono tutte in rosso… gli analisti studiando gli indici prospettano una doppia recessione… l’effetto domino colpisce il bacino del Mediterraneo, c’è paura per Spagna e Italia…” ma potrei continuare a citare altri annunci di catastrofe imminente che si scaglierà sulle nostre tasche, sulle nostre teste, sui nostri indici della felicità. Questi indici sono poi gli indici economici che noi non abbiamo modo di modificare perché siamo quelli che al massimo vengono definiti i piccoli risparmiatori ovvero i pesci piccoli che nel momento di fame il pesce più grande divora senza chiedere scusa successivamente. Discorsi, o meglio manfrine, vengono dunque servite nei nostri giornali, nei nostri mezzi di comunicazione per avvisare “le masse” ad essere pronte a subire. E quindi iniziamo a sentire spot di attuazione come un mantra continuo che ci fa entrare psicologicamente in un tunnel in cui la luce esterna non viene più vista: E’ il sistema che ci impone questa modalità di azione, è l’andamento della crisi mondiale che ci fa agire così, è il buon senso che ci dice di essere compatti nel varare nuove misure “aggiuntive” per la salvaguardia della nostra economia, è l’azione combinata della Banca Centrale Europea e dei governi nazionali che ci indica la via.

In questo punto, proprio qui, sempre più l’istinto e la salvaguardia di ciò che si costruisce, o si tenta di farlo, nella propria vita mi fa unire la scena Morettiana che urla “Le parole sono importantiiiiiiii” all’opera di Cattelan. Lo spirito di ribellione a ciò che le decisioni fallaci e inadeguate perpetuate sul nostro benessere futuro mi porta via con sé e non lo fa con uno spirito distruttivo e inefficace verso la risoluzione del problema ma anzi mi porta sempre più a capire che sono sbagliati i partecipanti di questo Gioco della Borsa.

Ad un gioco partecipa chiunque ma si stabiliscono dall’inizio le regole con cui giocare e soprattutto lo stabilisce chi è esterno al gioco, chi non partecipa al gioco stesso per non inquinare l’equità delle regole. Ma se “la Borsa Italiana è, citando semplicemente le prime parole di borsa italiana in wikipedia (per un’informazione alla portata di tutti), una società che si occupa dell’organizzazione, della gestione e del funzionamento della Borsa di Milano (ossia del mercato finanziario italiano) al fine di promuoverne lo sviluppo e di massimizzarne la liquidità, la trasparenza, la competitività e l’efficienza.” allora è prima di tutto una società privata, una S.p.A. creata con un decreto legislativo (D.L. n°461/1996) e come tale il suo fine è a scopo di lucro. Oltremodo è anche in seguito stata acquisita dalla Borsa di Londra e quotata in tale Borsa divenendo così da controllore delle regole del sistema a partecipante a tutti gli effetti del gioco stesso. Con la successiva fusione delle due Borse il sigillo vincolante tra le due nazioni è stato definitivamente posto. La diretta conseguenza macroscopica è tutt’oggi l’effetto domino e l’interazione tra le Borse che è inconfutabilmente evidente in molti aspetti che compongono questo mercato finanziario. Persino il Ministro Tremonti  arrivò a definirlo “di carta”, in contrapposizione al mercato dell’economia reale di beni e servizi reali. E oggi quel sistema “di carta” così sviluppato concede  la possibilità a chi qualche anno fa era fanalino di coda tra le potenze mondiali ad acquistare il debito di chi si mostrava invece in passato il “signore del sistema”, così industrialmente avanzato. In realtà negli ultimi due decenni il gioco compiuto è stato un gioco che mi ricorda molto il gioco delle tre carte dove il banco baro vince sempre per la sua destrezza nei movimenti. Il gioco, però, ha perso la sua attrattiva e alla fine ha reso al sistema i frutti sterili originati per le generazioni future.

Cosa ci resta allora oltre l’incredulità morettiana e l’aplomb tremontiano nell’annuncio di una manovra da 115 miliardi di euro con acquisto di titoli di stato (quindi in sostanza della finanza pubblica) da parte della BCE? Ci rimane un tempo ben preciso oltre all’incertezza del nostro futuro che ci rende per così dire ladri di noi stessi. Credo che ora questo sia l’unico nostro inderogabile tempo per scendere in piazza, per dire no, per riprendersi la dimensione reale della nostra vita e delle nostre prospettive.

L’Italia vera non è di carta e odia gli indifferenti!

26 luglio 2011

Corteo Indignati italiani

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a cura di Manuela Selber

Io c’ero. Ho partecipato al primo, sgangherato, romantico Corteo degli Indignati Italiani. Anche abbastanza incazzati, ma molto educati devo dire. La pazienza sembra il nostro forte, essendo cittadini vessati in maniera sproporzionata dai chi ci governa e ci ha governato, di qualsiasi colore e ideologia.

Sabato è stata una piccola grande occasione di mettere il muso fuori dalle nostre gabbie, di dire ad alta voce che così non va bene, che vogliamo rispetto, etica, giustizia, eguaglianza…

…Primo raduno verso le 17 e 30 a Largo Argentina, una decina di persone in attesa. Dopo breve arrivano altri, da Milano, da Perugia… Che si fa non lo sappiamo bene ma qualcuno ha un megafono. Parte l’ordine, tutti a terra… a dormire!

Quattro minuti di relax, poi sveglie che squillano, telefonini che suonano; io avevo recuperato una vecchia pentola e con un mestolo ho preso a picchiarla con gusto! Una signora eterea, tintinnava con un batacchio una scodellina tibetana; chi usava altri piccoli strumenti musicali, chi la voce…

Tutti in piedi e ci incamminiamo attraversando la piazza. La gente intorno guarda sorpresa e divertita, noi prendiamo coraggio e il corteo prende corpo, salgono dalle teste i cartelloni, gli striscioni si srotolano. “Basta con i privilegi dei parlamentari”, “Sveglia”, “Stop ai bavosi… ” “Siamo indignati”…. e nel mio gruppetto capeggiava un cartellone bello grosso con l’omino Indignato di colore verde con la foglia di canapa sul petto!

Noi rappresentavamo i CanapIndignati… e non è poco!

Mentre andavamo orgogliosi di stare lì, i passanti ci sorridevano, ci davano forza, anche i vigili erano con noi.

Ad un certo punto, incitate, due vigilesse si lasciano trasportare e suonano la sirena per qualche secondo.

Poi passeggiata nei vicoli caratteristici di Trastevere fino a Piazza Trilussa. Lì ancora a terra a dormire, poi di nuovo sveglie che squillano, bonghi, pentole, fischi e slogan.

Le foto e le riprese (anche dei turisti), immortalano momenti memorabili nella loro semplicità, nella loro DIGNITA’.  Eravamo pochi, un centinaio più o meno e di tutte le età. Gente pacifica, sorridente anche se arrabbiata: Italiani in poche parole, brava gente veramente!

Concludiamo il percorso, non autorizzato naturalmente, davanti Castel S. Angelo, antica prigione simbolo nefasto di potere millenario. Ci “riaddormentiamo” per qualche minuto e ci risvegliamo a suon di squilli, cercano di lasciare un piccolo messaggio al mondo sonnolento che ci circonda.

E’ subito sera e tanti devono tornare sui loro passi, ai loro autobus per tornare a casa, ma tutti si porteranno nel cuore questo piccolo atto di ribellione.

Davanti ai monitor dei pc, sarà facile commentare che è stato un FLOP! Certo non ci sono state masse oceaniche che hanno invaso Roma, ma il ghiaccio è stato rotto! La domanda adesso è: vogliamo continuare a picconare questo sistema ingerente ed ingiusto oppure rimaniamo seduti a criticare e piangerci addosso?

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